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''I Solo Ment'': un doppio assolo tra presenze e assenze


I Solo Ment;

Ideazione e coreografia: Ann Van Den Broek;

Cast: Dario Tortorelli, Cecilia Moisio;

La coreografa fiamminga Ann Van Den Broek è tornata sulla scena italiana, dopo il successo di Co(t)olette presentato al "Gender Bender" di Bologna, con I Solo Ment. Ad ospitare lo spettacolo in prima regionale è stato il Teatro Lauro Rossi di Macerata, che di concerto con l’Amat ha inserito l’evento all’interno del nuovo contenitore della scena teatrale contemporanea "Ricerche in corso 2009/2010". Come nel precedente lavoro, per Ann Van den Broek sono i comportamenti umani al cuore delle sue pièces; se in Co(t)olette erano le contraddizioni più nascoste della femminilità mediatica ad essere svelate, con I solo Ment, invece, l’abbandono, la perdita ed un’incomunicabilità irrimediabile si colgono, sullo sfondo di quell’agire quotidiano, fatto di luoghi comuni e di déjà vu, spesso oscurati dalle abitudini. Puntando i riflettori su ciò che appare scontato, la coreografa ne porta in superficie quel nodo di emozioni che si celano dietro le nostre azioni, restituendocele per frammenti come in una lente d’ingrandimento. Non a caso la coreografia è costruita su un doppio assolo tra un uomo e una donna, - Cecilia Moisio e Dario Tortorelli - senza contatto alcuno, ma tutta giocata sulla percezione, l’un l’altro, di una presenza/assenza. Partendo da una nota autobiografica, testimoniata da un esplicita dedica al fratello fotografo scomparso, la pièce ha inizio con la morte: una donna lava il corpo inerme di un uomo senza toccarlo e restando ad una certa distanza da esso, mentre il presunto defunto ne segue i movimenti. Una canzone di Nick Cave sulla perdita rompe l’azione, per cedere ad una partitura coreografica, eseguita dal ragazzo, che mescola una gestualità contaminata di danza e teatro.
Lo spazio scenico accoglie un’ambientazione fredda e minimale da studio fotografico (altro riferimento al fratello) con lampade a neon mobili, mentre un nastro adesivo bianco definisce il palco da una serie di rettangoli. Su di essi è posto un piccolo pannello bianco sul quale i due performers scrivono, collocano foto, che vengono poi proiettate su di un piccolo schermo posto lateralmente e in fondo alla scena. Predominano, così i colori del bianco e nero, tranne in alcuni momenti quando la danzatrice indossa una camicia verde e, come a mantenere la relazione tesa tra i due, il danzatore si colora l’orecchio con la stessa tonalità. L’assemblaggio registico si snoda per mezzo di quadri d’azione visibili dagli improvvisi flash di luce, dettati dai danzatori stessi con decisi segnali. Dalla morte all’impossibilità di dialogo la pièce si dipana nei momenti più danzati, in cui la coreografa tesse, sulle fragorose musiche di Nick Cave e dei Bad Seeds, un linguaggio caratterizzato da un personale timbro: una gestualità stridente, a tratti ripetitiva e dotata di un’ irruente potenza espressiva. I due corpi in scena urlano e sfogano quel disagio e quella tensione, comunemente scaturiti da quel malessere relazionale, e senza tregua alcuna non mollano, anzi esasperano il conflitto avvolgendo lo spettatore in uno stato di all’erta. Non mancano i momenti più teatrali, che vengono per lo più accompagnati da svariati suoni e rumori mescolati a sottofondi elettronici - composti per l’occasione da Arne Van Dongen - nei quali i performers cercano in qualche modo un’uscita di sicurezza maneggiando a volte varie foto, cambiando di abito, spostando le lampade a neon per costruire un proprio ambiente oppure scrivendo sul pannello per dare voce a qualcosa che preme. Ma è la donna che sembra più sofferente, le sue azioni e il suo corpo si donano, nella più totale nudità e genuinità, al contatto fisico e carnale con l’altro al fine di trovare vie di scampo. E’ l’unico momento in cui entrambi possono sentire l’odore della propria pelle e gustarne il sapore, quanto basta, forse, per capire che da quel contatto l’uomo ha trovato la sua soluzione. Egli si chiude nel suo mondo liberando la propria energia e fantasia, mentre la donna torna prigioniera delle sue abitudini. Su di un crescendo, sempre più estenuante, di una nota ripetitiva e martellante, la danzatrice replica, come in una continua partitura, tutto quel completo repertorio di gesti della perdita, della sofferenza e dell’abbandono. Con questa reiterazione provocatoria e incessante, Ann Van den Broek fiacca lo spettatore fino al punto massimo della sua resistenza, ma una luce fulminea libera l’atmosfera dall’alta tensione.

Teatro Lauro Rossi, Macerata - 25 Gennaio 2010

Cristina Squartecchia

28 / 01 / 2010



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