''L'oro di Napoli'' - Eruzione di humor e malinconia
di Maria Lucia Tangorra;
L'oro di Napoli;
Testo di: Armando Pugliese e Gianfelice Imparato tratto dai racconti di Giuseppe Marotta;
Regia: Armando Pugliese;
Cast: Gianfelice Imparato (nella foto di scena con la Ranieri), Luisa Ranieri, Gianni Cannavacciuolo, Antonella Cioli, Giuseppe De Rosa, Loredana Giordano, Antonio Milo, Lello Radice, Giovanni Rienzo, Luigi e Davide Santoro, Valerio Santoro;
«Più che di racconti qui si deve parlare di capitoli d'un solo racconto che ha per materia il mondo cencioso e sgargiante, meschino e splendido dei vicoli napoletani». Così si apriva l'edizione del 1947 de "L'oro di Napoli" di Giuseppe Marotta ed è proprio questa sensibilità artistica e di visione a pervadere la messa in scena contemporanea di Armando Pugliese. La sua drammaturgia, scritta a quattro mani insieme a Gianfelice Imparato, parte dal testo celeberrimo di Marotta per poi contaminarlo con altre storie dello scrittore ("San Gennaro non dice mai no" e "Un malato per tutti" ndr), intrecciando in modo così lineare i personaggi estrapolati tanto da riuscire a creare una trama con una propria identità.
Già trasposto al cinema nel 1954 dal maestro Vittorio De Sica con un cast magistrale (Eduardo De Filippo, Sophia Loren, Totò, Silvana Mangano, lo stesso De Sica), la pièce ha il grande e raro pregio di non imitare il film – per cui sarebbe una distorsione guardare lo spettacolo paragonando continuamente gli attori in scena con quelli sullo schermo, ma si propone come una lettura personale e rispettosa di ciò che l'autore partenopeo scriveva a Milano ricordandosi della sua Napoli.
«Il fantasma di questa Napoli appare sul palcoscenico sotto forma di telette e velarini, come in una vecchia maquette, come un teatrino della tradizione con le quinte di tela pittata e gli elementi sospesi alle corde» (Andrea Taddei, scenografo ndr). Uomini e donne si muovono in questa trasparenza scenica tra i vicoli, le botteghe-studio, le case diroccate del dopoguerra mossi dai fili dell'oro. Le storie si dipanano specularmente tra il primo e il secondo atto. Tutto inizia, presentandoci i vari "tipi" tra farse e tragedie e, a differenza del film, non si concludono in sé, ad episodi, ma il filo conduttore li porta ad incontrarsi, scontrarsi, avendo il proprio epilogo progressivamente nel secondo atto. Proprio grazie a questa struttura, la rappresentazione risulta «più cinematografica del film» (G. Imparato ndr), i siparietti si incastonano con dissolvenze incrociate attraverso cambi di scena ben curati, che volta per volta sono in grado di illuminare il sipario popolare a cui si assiste.
Come il presepe che Saverio (G. Imparato) plasma sotto gli occhi dei suoi bambini, così il cast artistico e tecnico realizza con dovizia l'affresco di una Napoli paziente, in grado di rialzarsi sempre – quantomeno con questo slancio nei confronti della vita.
Il gruppo attoriale, infatti, si distingue per l'affiatamento. Spiccano l'ottima prova di Luisa Ranieri (friccicherella per la parte di Sofia, ingenua e disperatamente umana nel ruolo di Teresa), la professionalità di Imparato (Michele/Saverio ed Ersilio) e l'estro di Antonella Cioli (Amalia/Carolina/la Maitresse).
Il pubblico guarda momenti del quotidiano peculiari dell'immaginario partenopeo: il marito geloso della bella moglie pizzaiola fedifraga, l'approfittatore di turno come o' professore o come il don-guappo che si piazza a casa dei deboli, matrimoni concordati, cori della gente e numeri al lotto: tutti teatrini di un temperamento singolare. Con una regia raffinata, accompagnati dalle musiche eleganti e briose di Nicola Piovani, gli spettatori si immedesimano in questo spirito paziente del rialzarsi.
Un leitmotiv permea la narrazione, in particolare nelle note tragiche: il deus ex machina dello "scontare la condanna" insieme al moto di speranza. In un luogo in cui «[...] la fortuna non cresce perché nessuno l'ha mai seminata», la gente si inventa ogni giorno il modo di vivere nel tentativo di sbloccare «l'acqua che non passa».
Teatro Manzoni, Milano – 4 marzo 2010
Lo spettacolo resta in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 28 marzo 2010. Per informazioni:www.teatromanzoni.it
Proseguirà la tournèe fino al 16 maggio 2010
30 e 31 marzo: Gallarate, Teatro delle Arti
4-16 maggio: Roma, Teatro Argentina
10 / 03 / 2010
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