''Moving in the city'': corpi feriti, violati, diversi e sofisticati per una sola voce: danzare
di Cristina Squartecchia;
"Moving in the city-il corpo urbano" è la rassegna che il Florian Espace di Pescara ha dedicato alla danza contemporanea e a tutte quelle arti performative che pongono al centro del proprio discorso stilistico e poetico il tema del corpo nelle sue svariate sfaccettature. Sotto la direzione artistica di Anouscka Brodacz, coreografa e danzatrice del gruppo Alhena, la rassegna si profila come una panoramica sugli aspetti e le problematiche che pervadono il corpo nella quotidianità, così come nell’arte e nelle diverse culture, dove esso si rivela spugna assorbente, dispositivo di potere, filtro e ricettacolo dei mutamenti in atto.
Ad inaugurare la rassegna è stata la danzatrice e coreografa Norma Claire, originaria della Guyana francese, una delle anime più incisive della danza africana, che con la sua compagnia fondata nel 1992, si è saputa conquistare spazio nei più importanti festival internazionali di settore. La compresenza in vetrine di questo genere, con stili e tecniche differenti, ha consentito una compenetrazione tra loro, nonché una contaminazione ormai sempre più consolidata, che oggi si è fusa in linguaggi sempre più ibridi, ma che di fatto ha rinnovato stilemi e dinamiche della danza contemporanea. Il corpo, strumento del danzatore, filtra la quantità di contatti e scambi in divenire, e per questo è in grado di restituire il tutto nella maniera più incondizionata, così come è avvenuto da questo incontro.
"Il corpo ferito" è stato il tema trattato nelle serate del 6 e 7 maggio con due proiezioni video su argomenti difficili e scottanti per noi occidentali, ma che lasciano riflettere su quanto potere, sia attivo che passivo, custodisca il corpo nella società, nella politica e nelle culture.
"Oasis" un video-documentario, curato da Anouscka Brodacz, punta i riflettori sul corpo delle donne, che quanto nella nostra, che nelle "altre" società, rappresenta il mezzo di controllo più efficace sulla popolazione dai sistemi mediatici da noi, e socio-culturali in "altri". "Oasis" catapulta il pubblico in Africa Sub-Sahariana, paese in cui la pratica della "fistola-ostetrica" costituisce una delle manipolazioni peggiori che si possano fare sulla donna, infliggendole dolore, discriminazione e lacerando così la sua carne che lascia un segno indelebile sulla sua identità femminile. Il documentario, ben curato e presentato da Roberta Pellegrino del centro Ananke che appunto si occupa di fare campagne di sensibilizzazioni a riguardo, ripercorre il viaggio che l’artista Brodacz compie in questo paese, cercando di interrogare, tra canti, danze ed interviste, le popolazioni ed i medici locali, testimoniando lo stato di abbandono e di criticità in cui versa la donna africana. Malgrado i notevoli passi avanti e le migliorie apportate nelle cure, i centri ospedalieri risultano insufficienti per far fronte ad un problema di così vasta portata, anche se il coraggio di combattere a queste donne non manca e la loro forza e dignità dell’essere femminile urlano in quelle vigorose danze, dove appunto il loro corpo esprime, nonostante tutto, gioia e vitalità.
"Point of view" è il secondo video proiettato nella serata, che come una finestra sul mondo, offre una visione complessiva e senza alcuna punta di pietismo, ma, con sottile audacia, l’espressività della "diversità" corporea nello spettacolo. I protagonisti del film sono una ragazza affetta da nanismo, un’altra con malformazioni alla colonna vertebrale ed un ragazzo deforme da gibbosità, che vengono messi a nudo da Augen Blicke, regista e autore, nella totale onestà e concretezza creativa del loro essere performers. Dalla percezione interiore in uno stato di danza i danzatori spiegano, ognuno partendo dalla personale corporeità, quel processo creativo che li conduce all’azione performativa e all’espressività gestuale, che come un’urgenza si rivela autentica di significato e significante. Il corto, presentato dallo studioso Marcello Gallucci con un excursus storico sui personaggi biblico-letterari che costellano il nostro immaginario collettivo della corporeità e tradotto da Daniela Baldin, mostra come il lavoro performativo tra corpi diversamente eloquenti, si profili come una voce nuova nello scenario della danza e delle consorelle arti, poiché un corpo intuitivo, sensibile ed in azione comunica sempre sensazioni inesplorate.
Tornando al corpo delle donne, "Femmenthal" è stato lo spettacolo del 7 maggio, presentato dal gruppo Alhena. Tre danzatrici in scena, di età diverse - Anouscka Brodacz, Silvia Di Rienzo e Stefania Gerini - danno voce all’uso e consumo della donna nella società occidentale, dove il corpo viene inciso, manipolato e controllato dal potere mediatico che inscatola e poi cristallizza la femminilità in modelli omogeneizzanti e precostituiti. Clichè, ormai abusati, che tendono a svuotare di senso e materia le potenzialità espressive e comunicative, ancora ignote e spesso represse, dell’essere donna.
"Touch" è stato lo spettacolo presentato dal gruppo Oplas, andato in scena il 16 maggio per la regia e coreografia di Luca Bruni. La pièce appartiene alla trilogia del progetto "Spettacolo Umbria", preceduto da "Love" (2007) e "Spazi di Nessuno" (2008). Come un "unicum organico" si persegue, anche in questo lavoro come in quelli precedenti, la ricerca sulle possibilità fisiche e gravitazionali del corpo: danzare ed eseguire la vasta gamma di movimenti e combinazioni, non più su due piedi, ma, sui trampoli. Corpi atletici, virtuosi, coraggiosi e sofisticati compongono questo ensemble. Aumentare le difficoltà fisiche, sfidare il corpo, interrogarlo con congegni e dispositivi, è la loro "mission", in cui sembra che quei principi sulla cinetica vengano messi in crisi, da questa forza e atletismo estremi, per ricrearne di nuovi.
portale di Federico Pontiero (TS)
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