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'La cimice': uno spettacolo riuscito del simbolo di una catarsi mancata per un mondo migliore


"La cimice"

Testo di: Vladimir Majakovskij;

Regia: Serena Sinigaglia;

Cast: Francesca Ciocchetti, Francesco Colella, Pierluigi Corallo, Giovanni Crippa, Massimo De Francovich, Gianluigi Fogacci, Melania Giglio, Marco Grossi, Sergio Leone, Bruna Rossi, Paolo Rossi, Clio Cipolletta, Gabriele Falsetta, Andrea Germani, Andrea Luini, Silvia Pernarella;

Recensione di Maria Lucia Tangorra

Un testo, sin dal titolo - “La cimice”, a primo impatto estraneo a noi spettatori, italiani, del duemila. In realtà dando spazio alla curiosità che innegabilmente proprio quella distanza suscita, ci si rende conto di quanto esso sia attuale. La giovane e attenta regista, Serena Sinigaglia, assieme al prof. Fausto Malcovati si è rapportata all’opera, scritta dal poeta-profeta Majakovskij nel 1928 e messo in scena nel 1929, nell’unico modo costruttivo possibile: interpretandolo. In questa direzione La cimice ha riacquistato dignità, una nuova vitalità chiamando all’appello lo spettatore odierno. Majakovskij la definì come «la variante teatrale di quell’argomento fondamentale al quale ho dedicato versi e poemi: la lotta contro il piccolo-borghese» poiché rientra nell’ottica rivoluzionaria seguita alla morte di Lenin nel 1924. Egli decide di rispondere alle disattese aspettative di un miglioramento post-rivoluzione con la satira, con l’ironia e stilizza il topos dell’operaio, falsamente imbevuto di ideali comunisti, ma involuto nel «borghesius vulgaris» in simbiosi con la «cimex normalis».
L’autore distingue perfettamente le due fasi: la prima ambientata nel suo tempo, la seconda in un futuro prossimo. Il I atto si apre con l’interpolazione voluta dalla direzione artistica di contestualizzazione del periodo storico attraverso un video di repertorio sulla rivoluzione di ottobre. Lo schermo di proiezione d’improvviso è reciso e irrompono personaggi della quotidianità, creando un’immagine pittoresca del mercato avente come sfondo i manifesti pubblicitari della Russia del tempo. Protagonista è l’operaio Prisypkin (Paolo Rossi), il quale lascia l’operaia Zoja (Bruna Rossi) per fidanzarsi con la figlia della parrucchiera. «Noi vi abbiamo sconfitto» asserisce rivolgendosi alla sua futura suocera (Francesca Ciocchetti), utilizza però i soldi della futura suocera per creare il suo comfort – da questa contraddizione dilagante è nato il capitalismo. Affresco di questa dicotomia è anche il quadro da un lato di un gruppo di operai, credenti ancora nell’utopia dell’uguaglianza, dall’altro il banchetto nuziale volto all’opulenza, descritta con l’ingordigia nel cibarsi, un’abbondanza di forme e una gestualità di alzar il braccio alla dicitura “partito”, indetta da un mero rispetto di forma. Un incendio distrugge il marcio, ma vi è un sopravvissuto, Prisypkin ibernato con la sua cimice. La seconda parte è ambientata nella società “comunista”, quella che si sarebbe dovuta realizzare; trovato il blocco di ghiaccio, l’operaio diventa oggetto di studio per gli scienziati, esposto come esemplare di un uomo che fu e soggetto alla derisione di un popolo, che si vende come egualitari sta.
Il gioco forza dell’allestimento tecnico di scena (Maria Spazzi), costumi (Federica Ponissi), luci (Alessandro Verazzi) e musiche (Sandra Zoccolan) è immediatamente visibile, simmetrico all’armonia presente(1928) –futuro. Nella prima parte della pièce l’oggettistica tende al sommarsi, i costumi rispecchiano l’iconografia operaia e la filosofia di vita per quanto concerne i borghesi, le luci oscillano tra toni caldi e freddi e le musiche passano dai canti popolari russi all’internazionale con un filo conduttore di composizioni originali. Il secondo tempo vede la preminenza del bianco nella scena, negli abiti - descrittivi della professione svolta e ottenuti con tessuti plastici – e nelle tonalità fredde, richiamando l’astrattismo d’avanguardia. Un bianco sintomo di purezza ideale stilizzata, infettata però dal reperto ritrovato, isolato per timore di contagio in una gabbia. Il cast si dimostra all’altezza di una messa in scena così impegnativa, con sedici ambientazioni e più di cento personaggi. Paolo Rossi e i punti di forza della Compagnia del Piccolo come Massimo De Francovich, Bruna Rossi, Sergio Leone si amalgama con la classe dei giovani di quest’anno (degni di nota Francesco Colella, Pierluigi Corallo, Clio Cipoletta e Silvia Pernarella – non di meno i restanti) dimostrando una capacità di versatilità, passando per il canto e il ballo, e di far gruppo compatto.
La regista sceglie di ripartire dalle idee, provando a ricostruire un’etica. Suggela la rappresentazione indicandoci la scelta di vita dell’autore, coerente al suo maturato disincanto, ma al contempo parla a noi, alla sua contemporaneità, di cui è parte, mettendoci di fronte a ciò di cui siamo. Con mano delicata induce a prendere coscienza e a scegliere se cominciare una ricostruzione dal nostro piccolo. Un respiro aperto e di responsabilità ci accompagna lasciando la sala: «Che senso ha se ti salvi solo tu?»

Lo spettacolo resta in scena al Teatro Strehler di Milano fino al 24 Maggio 2009

Per informazioni: www.piccoloteatro.org

14 / 05 / 2009



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