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Amleto: il teatro come teoria del simbolico


Retorica non sempre accessibile a tutti, che scalza la funzione di universale del “classico”

"Amleto"

Testo di: William Shakespeare;

Regia: Pietro Carriglio;

Cast: Luca Lazzareschi, Nello Mascia, Galatea Renzi, Luciano Roman;

Recensione di Maria Lucia Tangorra:

Cifra caratterizzante della trasposizione del classico shakespeariano “Amleto” curato in regia, scene e costumi da Pietro Carriglio è la duplice rappresentazione del lutto e intimistico, legato all’azione e umanitario, connesso alla crisi dei valori dell’ultimo Rinascimento.
Le scelte registiche, indirizzate verso una rappresentazione che richiama un melodramma a sfondo orientale, sono volte a esaltare il chiaroscuro emblematico del tòpos di Amleto. I personaggi in scena sfoggiano una vera e propria gamma di scelte vocaliche da Claudio, re di Danimarca (Luciano Roman) con suono baritonale alla regina Gertrude (Galatea Ranzi) che rende con toni melodrammatici il suo patimento, da Polonio (Nello Mascia) che con tono a volte troppo informale e “compagnone” non reincarna il profilo di vecchio saggio per finire con Amleto (Luca Lazzareschi). Il protagonista muta il registro vocalico aiutandosi con una presenza scenica che sfrutta una pedana inclinata verso l’alto – il cielo – verso il basso – le tenebre della morte. Il lirismo d’opera spicca esplicitamente nella scena del teatro nel teatro con la messa in scena dell’“Assassinio di Gonzago” su suggerimento di Amleto come espediente chiarificatore dl misfatto.
Nota stonata è il siparietto dei dialetti dei due beccamorti, sorge spontaneo chiedersi se l’inserimento sia dovuto a un’intenzione di stemperare i toni dark-tragici della durata di 3h41’ o se il regista abbia voluto compiacere il pubblico milanese. Certo all’interno di una traduzione molto fedele (Alessandro Serpieri) di una drammaturgia scritta nel ‘600 non suona molto pertinente e rompe l’atmosfera che tanto sembra si sia voluta perseguire.
Coadiuvano il progetto registico l’allestimento scenico stilizzato, i costumi di matrice orientale – emblematici di un’apparenza di corte – e di tonalità nera per Amleto – specchio della sua anima. Sfumature coloristiche riprese dal gioco di luci (Gigi Saccomandi) sullo sfondo ora nero-grigiastro ora rosso ora giallo a segnare i cambiamenti di scena e di toni interiori, ma entra anche in campo la simbologia con proiezioni sul palco di geometrie, quali rettangolo, quadrato e cerchio, entro cui si situa il protagonista. Le musiche curate da Matteo D’Amico oltre al porre l’accento sullo stato d’animo come può essere la pazzia d’amore, concorrono, insieme al calare di una rete scura, ai bui, alla funzione di cambio scena, ma non sempre è una scelta che ha ottenuto riscontro di comprensione dal pubblico dati gli applausi intervenuti a rompere pause di silenzi o battute iniziate in tono sommesso.
Emerge su tutte le componenti la bravura del cast del Teatro Biondo Stabile di Palermo eclettico sul piano mimico corporeo e su quello vocale nel rispondere alla presente mano registica, risultante in alcuni punti – come la messa in scena fisica del legame edipico tra Amleto e la madre – troppo forzata.

Milano, Teatro Strehler - 8 Marzo 2009

10 / 03 / 2009



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