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(Aspettando) IL DIO DELLA CARNEFICINA

Recensione di Giusi Potenza;

Il sipario aperto accoglie il pubblico che si sistema in sala mostrando da subito l’imponente scenografia che farà da involucro ai quattro personaggi. Su una pedana circolare e inclinata al centro del palcoscenico, un salotto, l’interno di un’abitazione borghese, è una stanza sospesa, cristallizzata nel tempo e nello spazio, come un disco volante che stia passando per caso e sul quale avviene una storia, fatta di persone, in un momento qualunque in una casa qualunque. La realizzazione scenica molto efficace è di Gianni Carluccio che si occupa anche di luci e costumi, tutti finalizzati alla miglior resa possibile del testo di Yasmina Reza, forse perché l’autrice stessa parla di una drammaturgia impostata sul tempo. Anche la regia è molto raffinata, i tempi della recitazione e i ritmi curati a tutti i livelli, perfetti i quattro interpreti, ed in effetti non rischia poi tanto Roberto Andò affidandosi ad un cast che è già una garanzia sulla carta. Una fantastica Anna Bonaiuto, un ottimo Alessio Boni, una simpatica Michela Cescon e un eccellente Silvio Orlando, sono i quattro splendidi attori che tengono il palco con maestria ed esperienza, mantenendo i ruoli e rispettando i cambi di registro che il testo richiede.
È la tragi-commedia delle apparenze questa, si fa di tutto per mostrarsi in un certo modo agli occhi degli altri, per forzarsi ad avere comportamenti di tolleranza, civiltà e affabilità, ma ognuno di questi personaggi ha una doppia personalità o meglio, una personalità nascosta che non può però rimanere nascosta troppo a lungo. Gli sforzi sono vani e prima o poi il vero ‘sé stesso’ viene inevitabilmente allo scoperto. Una scrittrice impegnata con ambizioni da pedagoga ed educatrice, che vuole essere idealista e giustiziera ma è in effetti molto moralista, con suo marito un disincantato commerciante di arredi da bagno dall’aplomb inglese, calmo e tranquillo ma ormai intollerante al matrimonio e alle costrizioni cui i figli costringono, l’avvocato rampante e spietato, uno yuppi in carriera che non guarda in faccia a nessuno pur di raggiungere i suoi scopi e la mogliettina dolce, madre premurosa che in realtà si trasforma in una casalinga isterica e frustrata alla desperate housewife. Sono tutti molto bravi a mostrare le due facce del proprio carattere, quella di facciata e quella reale, stappando al pubblico più di una risata e applausi ma la base testuale che mettono in scena è troppo legata ad alcuni stereotipi e tale pecca va addebitata solo alla drammaturgia. In realtà il regista ha probabilmente sopravvalutato l’autrice, (anche biografa del ministro Sarkozy) o quanto meno l’opera in sé. Non sembra niente di molto originale questo “Dio della carneficina” pur prendendo spunto dall’attualità e dalle cronache sul bullismo, si distacca dal pretesto per avvicinarsi molto ad altri testi, ed è così che ricorda Chi ha paura di Virginia Wolf ? di Albee ma strizza l’occhio anche a La cantatrice calva di Ionesco e se vogliamo ricrea in un certo senso le atmosfere di Due partite della Comencini. La trama è semplice e passa subito in secondo piano, per tentare di analizzare in profondità la psicologia dei personaggi, si comincia con un incontro dai modi assai formali, ma a poco a poco i personaggi abbandonano la loro cortesia per rivelare la loro vera identità. E non cesserà soltanto la gentilezza fra le due famiglie: ognuno inizierà a litigare con il proprio partner, rivelando aspetti oscuri ma alquanto prevedibili. Un ritratto da "camera", specchio deforme di affastellamenti in puro horror borghese con dialoghi al fulmicotone, le due coppie si incontrano per chiarire molto garbatamente una baruffa ai giardinetti tra i rispettivi figlioletti, civiltà e giro di danza delle buone maniere si dissolvono però come neve al sole, lasciando il posto a un vero e proprio gioco al massacro da sarabanda infernale. Usando i mezzi più subdoli, allusioni, frecciatine, rimproveri, parole acuminate come spade volteggiano tra colpi di scena, humour tumultuoso, in un abile cesello sempre in bilico tra brillante commedia e tragedia, il testo è certo ben strutturato benché non troppo originale. Il tema vuole essere l'esplosione di quella violenza repressa che alberga nell'umanità del terzo millennio, un baratro dove è facilissimo scivolare nelle grinfie di quel nume efferato e oscuro che come dice Alain è l'unico Dio che comanda dalla notte dei tempi senza riserve. Problemi fra genitori e figli spesso trascurati da padri e madri che hanno altro a cui pensare e ipocrisie nelle relazioni sociali, le buone maniere sono un’illusione, il tutto condito con una certa dose di comicità forse un po’ prevedibile.
Insomma, “Il dio della carneficina” non possiede la misteriosa profondità evocata dal titolo, né il ‘furibondo humour sarcastico’ o la capacità di essere un ‘piccolo trattato morale di teoria della cultura’ promessi dal regista, è invece una commedia nera, grottesca ma divertente, che, grazie alla vivace interpretazione della Cescon e di Boni, all’impeccabile Bonaiuto, ma soprattutto grazie alla spontaneità disarmante di Silvio Orlando, riesce a coinvolgere gli spettatori.

Lo spettacolo resta in scena, al Teatro Argentina di Roma, fino al 22 Febbraio 2009

Per informazioni: www.teatrodiroma.net

12 / 02 / 2009





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