Bere, fumare, mangiare... sono l'ASCESA E ROVINA DELLA CITTA' DI MAHAGONNY 
Recensione di Giusi Potenza;
Dalla mancanza di pace, di valori, di umanità nasce la città di Mahagonny, una città ove tutto è permesso e non lo è, allo stesso tempo; una città dove whisky, gin, carne, ragazze, fumo e oblio s’intrecciano in un delirio affascinante e letale. Una città claudicante e patetica che vive dei soldi di quei malcapitati che, durante il loro peregrinare, vi s’imbattono. Lo spettacolo in scena al Teatro Vascello è uno spettacolo corale, quindici giovani interpreti rappresentano gli inquietanti personaggi del dramma brechtiano con energica vitalità. L’allestimento risulta efficace, ben orchestrata una drammaturgia che consente ai personaggi non solo di essere “spaventosi” e “assurdi” così come sono stati pensati dall’autore, ma di avere anche un passato, un vissuto che si sviluppa lasciando strascichi. Non semplice da seguire, ci sono molte parole, molte frasi sussurrate pronunciate anche contemporaneamente dagli attori sempre in scena, si sviluppano più azioni sul palco e qualcosa inevitabilmente si perde. I venti quadri sono annunciati e riassunti di volta in volta prima che si snodino, proprio per rendere più chiaro ciò che sta per succedere, ma a ciò va aggiunta una scenografia ricca di oggetti sospesi che volteggiano e riempiono gli occhi dello spettatore, molte immagini che si alternano scorrendo su un fondale bianco e tanti cartelli con numerose scritte: “lotta di tutti contro tutti”, “per la proprietà privata”, “per l’equa ripartizione di beni ultraterreni”, “per il rincaro dei prezzi”, ecc., caricando quindi con altre parole. Notevole è la capacità degli attori di non distrarsi con tutto questo ricco materiale scenico al quale devono aggiungere commenti ironici scritti su una lavagna, una ripetizione continua del testo ad opera di un traduttore per sordo-muti, e alcuni testi di canzoni, alcuni realizzati a partire da altri drammi dello stesso Brecht. Al centro della composizione drammaturgica e teatral-musicale è collocata la storia di Mahagonny, la città trappola, la città del piacere in cambio di oro immaginata da Brecht sulla strada dell'esilio dopo l'avvento del nazismo in Germania. Mahagonny è il simbolo del liberismo sfrenato, la macchina del piacere illusorio costruita per spillare denaro ai gonzi con le tasche piene d'oro, boscaioli e minatori di ritorno dell'Alaska. Gin e whisky, ragazze e maschietti: questo è il seme dell'oro, in cambio dell'oblio e della effimera felicità. Quando il disegno della vedova Leocadia Begbick, fondatrice di Mahagonny nonché ricercata dalla polizia, rischia di saltare per l'imminenza di un uragano distruttore ecco il colpo di scena: l'uragano passa accanto a Mahagonny, non la distrugge ma la città letteralmente brucia ed esplode in una infernale resa dei conti tra i suoi abitanti, tra la maitresse Leocadia Begbick e Paul Ackermann, ridotto sul lastrico dal facile consumo del piacere e dallo sperpero dei suoi risparmi. Intorno a questo perno narrativo centrale e coerente con le vicende della Mahagonny-Las Vegas intervengono altri segni e materiali brechtiani, interagenti per assonanza o contrasto si determina così un percorso di saltellante specularità che muove tra una repubblica delle banane di stampo latino- americano e una Las Vegas degli eccessi, per poi ricondurre costantemente il movimento immaginario alla drammatica realtà di una Germania ed una Europa degli anni ‘30, prossime oramai alla tragedia e alla distruzione. Estate 1923: Bertolt Brecht è a Monaco, le manifestazioni delle Camice Brune naziste diventano sempre più violente. È in quel periodo che a Brecht viene in mente il termine Mahagonny, proprio mentre assiste ad un corteo paramilitare di "quei personaggi dalle movenze legnose", la parola «Mahagon» significa un colore brunetto, come il mogano, molto simile a quello delle camicie naziste. La parola «Netzestadt», invece, praticamente intraducibile dal tedesco, significa qualcosa come "città-rete" per pesci incauti (non mancano infatti riferimenti agli animali acquatici, come "pescicani"). Il "colore" generale dell'opera è apparentemente pacato, allusivo e sottile perché appunto Brecht, com'è sua consuetudine, non punta il dito, non suggerisce opzioni a scapito di altre: si tratta di un semplice "racconto", oltre che di un geniale esempio di teatro politico tedesco. Eppure, proprio la sua "secchezza", la sua "immediatezza", permettono al teatro brechtiano di essere letto ad un'infinità di livelli, di apparire un autentico "test di Rorschach" in cui ogni persona può mettere le mani ed attingere alla propria immaginazione derivante dalle proprie esperienze di vita. Con queste premesse, era evidente che l'arte brechtiana non fosse gradita al regime nazista. Tuttavia è doveroso ricordare che anche i socialisti marxisti storsero il naso di fronte al lavoro di Brecht e Weill. Nell’agosto 1932 il Vlkiunschter Beobuchter pubblica un elenco dei rappresentanti di un’epoca decadente e in declino, le cui opere sarebbero state proibite; dell’elenco fa parte anche Brecht, costretto a lasciare la Germania per tornarvi solamente nel 1948. Ancora oggi, Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny non è un'opera di repertorio, neppure in Germania. Per Brecht Mahagonny rappresentava ciò che definiva Utopia Filistea, "quel cinico, stupido Stato borghese che stava distillando per l’Europa, da una miscela d’anarchia e d’alcol, la più nefasta pozione di streghe". L'intera vicenda si svolge in un'ambientazione allucinata al di fuori di qualsiasi contesto chiaramente identificabile, come a voler rappresentare la solitudine esteriore ed interiore dei personaggi, Mahagonny è l’America, la Germania, l’Europa, ma è tutto il mondo del capitalismo. La discesa nei meandri più contorti dell'umano essere è data da quattro fasi salienti. La prima è il cibo: Jacob si ingozza fino alla morte. La seconda è il sesso: Begbick accompagna gli uomini dalle ragazze compiacenti. La terza è la violenza: Joe sfida a duello il gigantesco Moses, ma viene da questi ucciso con un K.O., mentre Paul, che aveva scommesso tutti i suoi soldi sulla vittoria dell'amico, perde l'intera sua fortuna. La quarta è l'alcol: Paul offre da bere a tutti, e ubriaco salta sul biliardo immaginando che sia un battello con cui veleggiare verso l'Alaska con l'amata Jenny e Bill (il solo amico che gli sia rimasto). Ma la realtà è ben diversa: Begbick gli domanda il conto e di fronte alle tasche vuote di Paul lo accusa della colpa più grave che si possa verificare a Mahagonny. Poichè nessuno, né amanti né amici, è disposto a fargli credito, Paul viene arrestato e imprigionato, il processo-farsa, presieduto da Begbick, lo vede imputato soprattutto di non aver pagato un conto: proprio questa imputazione gli vale la pena capitale. La vera grandezza dell'opera risiede nella sua capacità di anticipare i tempi: di descrivere l'anarchia della società dei consumi, la falsità e l'insita debolezza del sistema capitalista, una città suicida fondata sul mito del denaro, “noi siamo già all’inferno” è il quadro che l’autore ci presenta della società, un inferno di parassiti in cui gli uomini sono peggiori dei cicloni, dove tutto può essere comprato se si hanno i soldi. E un punto a favore dell’allestimento di Lisa Ferlazzo Natoli sta se vogliamo nell’aver mantenuto l’opera lì nel suo tempo, senza troppo attualizzarla o forzare dando rilievo alla valenza premonitrici della stessa, come va notata anche la scelta di non caricare troppo le parti musicali, facendo prevalere invece i quadri corali molto intensi e le atmosfere seducenti e calzanti dell’accompagnamento di piano solo eseguite da Silvia Umile.
Lo spettacolo resta in scena, al Teatro Vascello di Roma, fino al 22 Febbraio 2009
Per informazioni: www.teatrovascello.it
10 / 02 / 2009
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