Bonacelli, Moro e quei misteri ancora insoluti 
Recensione di Cristiano Esposito.
Uno spettacolo per non dimenticare, se mai fosse possibile, una delle vicende più buie e misteriose della storia del nostro paese. Ma anche un modo per farla conoscere ai giovani, che purtroppo non erano tanti in sala. La triste e angosciante storia del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse calca ormai da più di un anno i palcoscenici italiani più importanti. Un lavoro scritto a quattro mani da Corrado Augias e Vladimiro Polchi, con la regia di Giorgio Ferrara e Paolo Bonacelli ad impersonare uno dei più grandi politici italiani “di svolta” degli anni di piombo. Forse uno dei pochi, probabile motivo per il quale morì (o fu fatto morire). La rappresentazione ripercorre i 55 giorni del calvario di Aldo Moro attraverso le sue lettere, scritte nella “Prigione del Popolo”, e indirizzate ai suoi familiari e ai poteri dello Stato, “forti con i deboli e deboli con i forti”. Cinque processi e due commissioni parlamentari d’inchiesta non sono stati sufficienti a fare chiarezza in una vicenda in cui tutti furono d’accordo nel non trattare con le BR, e probabilmente, nel lasciarlo uccidere dalle stesse. Citazioni illustri costellano lo spettacolo e portano i nomi di Pasolini, Napolitano e Sciascia. Proprio quest’ultimo, grande scrittore e politico siciliano, fu sorpreso di vedere uno stato italiano improvvisamente duro, forte, compatto, solenne e che non si piegò ad alcuna trattativa. Appare lampante l’impronta televisiva data da Augias e Polchi, che si servono anche di filmati e telegiornali dell’epoca, proiettati, insieme alle immagini tratte dai film su Moro di Martinelli, Ferrara e Bellocchio, su un telo trasparente che copre per intero il proscenio. La scenografia essenziale di Gianni Silvestri riproduce la cella dalla quale Bonacelli non esce per tutta la durata della rappresentazione. A guidare il pubblico nella ricostruzione dei fatti c’è il bravo Lorenzo Amato, che si muove e spazia per tutta la scena similmente a Carlo Lucarelli in una puntata di “Blu Notte” (altra analogia televisiva della rappresentazione). L’interpretazione di Bonacelli ci mette un po’ a salire di intensità, inizialmente sembra un leggere senza eccessiva enfasi le lettere di Moro. L’attore viterbese gli darà calore, coinvolgimento ed emozione man mano che lo spettacolo decollerà, facendoci vivere il dramma di un grande politico che, ormai prigioniero e condannato a morte, diventa un uomo come tutti gli altri. Moro stesso scrive di sentirsi un condannato a morte, e Bonacelli ripete più volte in scena che non assolverà né giustificherà nessuno. “Il mio sangue ricadrà su di voi”. A nulla servirono quelle lettere, che il partito e lo Stato volevano scritte sotto dettatura delle BR. Illuminante il dilemma di Antigone, proposto da Lorenzo Amato al pubblico: polis o pietas? In effetti lo spettacolo preferisce porre tante domande piuttosto che fornire qualche risposta, far riflettere piuttosto che dar per scontato. Un buon esempio di teatro civile, di cronaca, incisivo quanto basta. Il tutto si chiude con le immagini della schiera degli uomini politici più potenti dell’epoca (alcuni dei quali, ahimè, vediamo ancora oggi occupare poltrone importanti) che Moro non volle ai suoi funerali. Papa Paolo VI° officiò il rito funebre senza il corpo dello statista, la cui famiglia rifiutò il funerale di stato svolgendo le esequie in forma strettamente privata. Immagini e parole che pongono domande, senza dare risposte. Domande che col passare del tempo rischiano sempre più seriamente di restare misteri insoluti.
Napoli, Teatro Bellini - 4 Febbraio 2009
Lo spettacolo resta in scena, al Teatro Bellini di Napoli, fino all'8 Febbraio 2009
Per informazioni: www.teatrobellini.it
05 / 02 / 2009
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