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Come dar vita al lato inesplorato del prototipo narratore per bambini


The Andersen Project

Testo di: Robert Lepage;

Regia: Robert Lepage;

Realizzazione immagini: Jacques Collin, Véronique Couturier, David Leclerc;

Cast: Yves Jacques;

Recensione di Maria Lucia Tangorra

“The Andersen Project” di Robert Lepage prende il via da un apparente uso già visto di teatro nel teatro, ma sin dalla prima battuta e immagine che ci vien presentata, si ha il presentimento di non trovarsi di fronte al consueto, al classico, ma a una pièce da cui lasciarsi guidare, scrollati dei nostri canoni. Nato su commissione della Fondazione Andersen di Copenhagen nel 2005 con esplicita richiesta di un monologo, il regista canadese Lepage realizza il quinto del suo solo-show, portato in scena dall’eclettico attore Yves Jacques. Questi impersona tutti i cinque personaggi: lo scrittore Frédéric Lapointe chiamato a Parigi per l’Opéra come librettista, il cui soggetto è “La driade”; il sovrintendente dell’Opéra Garnier; il maghrebino Rachid, gestore del peepshop; lo stesso Andersen e infine chi scrive con le bombolette spray sui muri della metro o sull’albero della fiaba messaggi slogan: «invalides mai pas sans valeur».
Una mistione tra il piano reale dell’esistenza di Andersen e la sua creazione artistica, scegliendo due dei racconti meno noti e torbidi, “La driade” e “L’ombra”, entrambi inseriti perfettamente nell’economia della narrazione. Emerge prepotentemente il punto di vista registico: l’uomo Andersen, la sua dicotomia tra vena artistica e frustrazioni relazionali e sentimentali. La forma di unico show si sposa adeguatamente con la solitudine che dominava la persona di Andersen. «L’infanzia è la prova generale degli errori che si commetteranno poi nel mondo» afferma Lapointe nell’identificazione con Andersen; si scalza così il luogo comune d’icona del mondo dei bambini, in realtà non amati dallo scrittore. Coesistono nello spettacolo differenti vocabolari che s’intrecciano a vari piani stilistici. Lepage trasforma, infatti, il mezzo teatrale in modo tale da rendere allo spettatore una visione cinematografica, sia tramite il suo particolare uso della tecnologia sia fornendo un’idea di montaggio alternato continuo di due ore.
La tecnica e la tecnologia non sono meramente esposte, ma sono al servizio della linea narrativa: si passa dalla grande tecnologia, che mai si immaginerebbe di vedere a teatro, con il 3d, una visione prospettica di profondità utilizzando tutte le potenzialità strutturali di un palco - compreso proscenio, fino alla grande semplicità del racconto de “L’ombra” col solo uso di una lampada. Chapeau all’attore Yves Jacques per l’abilità trasformista, nella capacità pratica, di cambiare d’abito, ancor più artistica nel vestire cinque diversi panni e anche nel recitare alla perfezione, alternando inglese e francese, esaltando il pragmatismo della prima lingua e la sonorità della seconda, calzate secondo il personaggio rappresentato.
Persino la colonna sonora abbraccia svariati campi da Donizzetti a Sarah McLachlan. Un teatro-cinema d’effetto che si pone l’obiettivo di richiamare il pubblico a vedere uno spettacolo per capire un po’ meglio com’è il mondo – senza dimenticarci che ogni artista ci propone la propria visione delle cose. Questo regista, come giustamente afferma rispetto a noi europei «spesso schiacciati da una tradizione», è libero da precedenti illustri, con la sua generazione (Robert Carsen e Denys Arcand) porta avanti un nuovo modo di stare davanti al teatro e di crearlo. Uno spazio abitato dalla storia che va in scena, abitato da uno spettatore, attonito e partecipe grazie a questa magia.

Lo spettacolo è andato in scena, al Teatro Strehler di Milano, dal 16 al 19 Aprile 2009

Guarda il video dello spettacolo sulla home page di Teatro&spettacolo

24 / 04 / 2009



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