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Con LE CINQUE ROSE DI JENNIFER riaffiora la mancanza di Ruccello


di Giusi Potenza;

Le cinque rose di Jennifer;

Testo di: Annibale Ruccello;

Regia: Agostino Marfella;

Cast: Leandro Amato, Fabio Pasquini;

Scomparso a trent'anni nel 1986, Annibale Ruccello è oggi più che mai un autore di culto dalla voce lirica e beffarda, espressiva di una generazione ansiosa di ricreare un teatro nuovo e dentro la realtà, ma capace anche di ridere nella tragedia. Arrivato alla scena dalla scuola di Roberto De Simone, rappresenta una delle punte di diamante della "nuova drammaturgia napoletana" da regista e attore dei suoi testi, racconta la deriva della nostra società attraverso una scrittura - "un musicale scassato, minimale", come lui stesso la definiva - che oscilla tra la verità del dialetto e la parodia dell'italiano televisivo, intrecciando echi storici col quotidiano. Un teatro di solitudini indagate con lucido sguardo da antropologo, di inquietudini sospese in un limbo onirico ai bordi della follia, di personaggi sradicati dalla loro cultura originaria e dalla loro consistenza collettiva.
Ambientato nei primi anni Ottanta, in un ipotetico quartiere ghetto per travestiti, in una non ben definita zona di Napoli "via delle rose", si svolgono le giornate di Jennifer, un trans che vive nella sua stanza un'esistenza fatta di pasti comprati in rosticceria, di ore passate davanti allo specchio per conquistare una perfetta femminilità e di attesa davanti a un telefono che, tuttavia, suona sempre per sbaglio a causa di un cattivo funzionamento delle linee telefoniche. Il sottofondo, invece, è fornito dalla radio che alterna canzoni di Patti Pravo e di Mina ad inquietanti aggiornamenti sulle ultime gesta di un maniaco che ha scelto come sue vittime proprio i travestiti del quartiere.
Un atto unico estremamente denso di sfaccettature, ombre, pathos e contrasti in cui il piano del reale scivola sui binari di un’improbabilità a tratti illusoria e penosa, a tratti riottosa e cupa. Il dramma è costruito su un'azione minima e deriva la sua efficacia dall'abile descrizione e variazione degli stati d'animo di Jennifer. Gli unici contatti con l’esterno avvengono tramite il telefono e la radio, il mondo di fuori, in qualche modo, non esiste veramente: il quartiere è una realtà che il pubblico può solo intuire, nessun volto amico attraversa la scena, nessuna concretizzazione della minaccia che incombe su di lei è effettivamente visibile. Anche l’assassino è, in fondo, la materializzazione della sua angoscia: lascia le sue vittime coperte da rose rosse, come quelle nella sua casa e la porta d’ingresso è sempre chiusa dall’interno, proprio così sarà trovata anche Jennifer, è la metafora di un destino, le persone sole hanno la stessa sorte, sono portate dalla sofferenza ad un unico finale. La protagonista ben interpretata da Leandro Amato, alterna eccessiva allegria e orgogliosa aggressività, alla malinconia e alla disperazione: ascolta e canticchia allegramente canzonette alla radio, mentre attende inquieta una telefonata che non arriverà, ma poi, disperata, si strugge di dolore sulle note di "Ancora ancora ancora" di Mina quando, calata la sera, capisce che l’amato Franco, un ingegnere genovese conosciuto mesi prima in discoteca, anche quel giorno non verrà a trovarla, venendo meno alla sua promessa. Il fantomatico amante, nella fantasia di Jennifer, è sempre in procinto di arrivare e lei deve essere sempre in ordine ed "elegante", pronta per accoglierlo. Così Jennifer, che ricorda molto la Prinçesa di Fabrizio De Andrè, inganna se stessa costruendo un mondo parallelo, fittizio e illusorio, che la distragga dalla crudezza di una realtà dura e dolorosa, quella della solitudine, appunto. Lo spettacolo racconta, in un crescendo emotivo da giallo, un dolente spaccato di solitudine.
L'atteggiamento scanzonato e "leggero" devia a tratti in umori scuri e gesti di violenza trattenuta: sono attimi, che tuttavia macchiano l'andamento quasi cabarettistico della piéce e ne fanno sospettare un sostrato da tragedia contemporanea. Sensazione acuita dopo l'ingresso in scena di un altro travestito, la vicina Anna interpretata da Fabio Pasquini, ambigua ed esaltata. Le due si dilungano nei tipici discorsi "da donne" – e qui la capacità di mimesi del linguaggio comune dimostrata da Ruccello è paragonabile a quella di Pinter – ma la tensione percorre tutto il loro fantasioso dialogo, salvo esplodere quando Anna ritornerà una seconda volta nell'appartamento di Jennifer e, indirettamente, aprirà la strada al finale tragico. La scelta ultima della protagonista anziché sciogliere sospetti e ambiguità del dramma, li lascia irrisolti, quasi un monito allo spettatore che, sempre, aspira all'onniscienza. Anna, inquietante vicina, scaricherà addosso a Jennifer altre angosce, altri dolori, altre solitudini. Anna rappresenta il mondo reale, tutto ciò che Jennifer non vuole ammettere, l’ansia di restare soli, la paura del futuro, lo scontro con il mondo, il superamento dell’emarginazione, è Anna che ammette di rifugiarsi nella fede per comprendere che siamo tutti figli di un solo Dio nonostante le differenze, che vive con una gatta perché le faccia compagnia, che mette un annuncio matrimoniale perché non trova nessuno che la ami, rappresenta il suo alter ego ed è per questo che Jennifer è sulle sue, la scaccia, la rifiuta, le mente raccontandole della sua vita, mentre al contrario si confida con gli sconosciuti al telefono.
Raccogliere l’eredità di Ruccello non è impresa facile e Le cinque rose di Jennifer rappresenta una "prova del fuoco", perché, per molti versi, Jennifer è il personaggio che meglio riflette il suo autore, non è un caso che Ruccello non l’abbia mai affidato ad altri attori, ma Amato non delude, sufficientemente ironico e disinvolto, un po’ meno convincente negli aspetti drammatici, molto efficace nell’espressione della tenerezza, del romanticismo e dell’ingenuità. Quella di Jennifer è una solitudine rumorosa, accompagnata dal frastuono della radio accesa, ma non meno dolorosa di quelle più intimiste e silenziose del passato.
La regia di Agostino Marfella, benché non spicchi per originalità, è sobria e non calca la mano sulla caratterizzazione dei personaggi che appaiono ben delineati e veri, senza scadere nel farsesco. Gli oggetti di scena pochi e funzionali, non ingombrano, riesce a ricreare quell’atmosfera in bilico tra il grottesco e il favoloso, tra l’ambiguo e il tenero.

Teatro della Cometa, Roma - 27 Aprile 2010

Lo spettacolo resta in scena, al teatro della Cometa, fino al 9 Maggio 2010. Per info: www.teatrodellacometa.it


28 / 04 / 2010



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