COPENAGHEN: la scienza dimostra che tutto è indeterminato e complementare

di Giusi Potenza;

Copenaghen;

Testo di: Michael Frayn;

Regia: Mauro Avogadro;

Cast: Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Giuliana Lojodice;

Ci sono domande che sopravvivono a chi è morto, che si aggirano come fantasmi, che cercano le risposte che non hanno trovato in vita…
…Ma perché? Perché era venuto a Copenaghen?...che cosa stava cercando di dirti?
( Margrethe Bohr).
In questi termini e con queste domande prende avvio e si sviluppa COPENAGHEN celeberrimo testo di Michael Frayn del 1998. In uno spazio metafisico, caratterizzato da uno sgombro piano inclinato, sul quale dominano in alto grandi lavagne da aula universitaria affollate da formule matematiche, la scena nera di Giacomo Andrico è arredata di sole quattro sedie di alluminio che gli attori stessi spostano nel corso dello spettacolo, assistiamo a tre versioni diverse di quel fatidico giorno del 1941, interpolate da altri ricordi, che impercettibilmente si inseriscono fra le maglie larghe della memoria. Nel 1927 Werner Heisenberg dimostrò che tutte le affermazioni relative al movimento di una particella sono governate dal principio di indeterminazione, prendendo le mosse da questo assunto e dall’incontro realmente avvenuto nel 1941 in Danimarca, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, proprio tra lo scienziato tedesco Heisenberg e il suo maestro Niels Bohr celebre fisico danese, il drammaturgo inglese costruisce una serie di ipotesi possibili sulla misteriosa vicenda mai completamente chiarita, estendendo la stessa indeterminazione anche ai rapporti umani, a quelli scientifici e finanche politici, ripercorrendola più volte sviluppando diverse possibilità: che Heisenberg tentasse a suo modo di fermare quel fatale processo distruttivo; che intendesse informare il vecchio amico dei propri scrupoli; o che al contrario sperasse di ricavarne utili indicazioni, che tentasse di scoprire a che punto si trovava la controparte. Unica testimone di questo incontro, Margrethe Bohr, moglie di Niels che li aiuta a ricostruire, nella fitta rete di ricordi quell’ultima fatidica conversazione, tra rimandi ad avvenimenti pregressi, dialoghi, collaborazioni, esperimenti e analisi scientifiche. Partendo dal momento in cui tutti i protagonisti sono ormai morti e sollevati dagli ingombri del passato, sovrapponendo accortamente la cronologia delle azioni, passando dall'epoca spensierata della loro collaborazione negli anni Venti alle fasi determinanti della realizzazione della bomba con la definitiva soluzione dei problemi ad essa connessi, si snoda questo interessante innesto tra teatro e scienza che, con in sottofondo il grande problema etico della responsabilità dello scienziato di fronte al progresso e al potere, sollecita l’intelligenza del pubblico in modo entusiasmante e chiaro.
Umberto Orsini, Giuliana Lojodice e Massimo Popolizio sono i meravigliosi interpreti capaci di parlare per quasi due ore di fisica, mantenendo sempre viva l’attenzione del pubblico, facendo emergere tutta la complessità drammaturgica e i diversi piani di lettura insieme alle sfaccettate psicologie dei protagonisti. Ascoltando di principi di fisica teorica e quantistica, di fissione, di uranio 235 e di plutonio, di ciclotrone,@lo spettatore viene assorbito dal discorso, in cui le questioni morali, etiche, umane serpeggiano per farsi via via sempre più stringenti e imperiose. La regia di Avogadro è attenta a sondare i contenuti scientifici senza disdegnare gli appigli comunicativi, puntando soprattutto sui ritmi in una sorta di arena processuale dove si fronteggiano i due scienziati che si aggirano, si incontrano, si scontrano, come le particelle che compongono l’interno di un atomo, attorno al nucleo Margrethe-Lojodice che li pungola, li provoca, li analizza con occhio esterno, li osserva nelle loro possibili collisioni indeterminate e complementari, incalza ora l’uno ora l’altro perché cerchino dentro di sé le risposte alle domande esplicitate dalla sceneggiatura, vive con una partecipazione interiore e una lucidità di intenzioni emozionanti il proprio ruolo di testimone, commentando e alludendo con amara consapevolezza.
Popolizio è molto efficace, la recitazione naturale, si muove abilmente tra stati d’animo diversi, il suo Heisenberg è sospeso tra il bisogno di perdono (dopotutto, nel ’41 stava dalla parte sbagliata, nonché avversa all’amato maestro), tormentato dagli spettri delle proprie colpe, arrovellato dagli amletici dubbi sulla moralità di un’arma come la bomba atomica e l’ambizione, la rivendicazione di un’inevitabilità rappresentata dalla Storia. Giuliana Lojodice è una figura materna che non concede sconti, sempre pronta a correggere i due uomini, nel tentativo di ristabilire una "verità" (la sua verità) spesso spietata nei confronti del figliol prodigo, salda fedelmente al marito. Orsini è, a sua volta, padre e scienziato appassionato, la sua recitazione è a tratti ancora legata a vecchie "maniere" sia nel fraseggio che nella postura, il timbro ancora ricco di armonici, ma sostanzialmente convincente nell’interpretare un rassicurante Bohr, con slanci paterni e amabili, l’ebreo perseguitato da Hitler, l’anziano esule costretto a rinunciare alla propria università per salvarsi la vita.
Nel dramma di Frayn vi è una vibrazione incessante e dolorosa che attinge dal conflitto tra esperienza quotidiana e ciò che la trascende: questi uomini che hanno reinventato il mondo e che, forse, hanno contribuito a distruggerlo, vivono di fatto nell'indeterminazione da essi stessi creata e al contempo è come se volessero disperatamente risalire alla causa prima, alla verità.

Teatro Eliseo, Roma - 16 Maggio 2010

Lo spettacolo resta in scena, al Teatro Eliseo, fino al 23 Maggio 2010. Per informazioni: www.teatroeliseo.it

18 / 05 / 2010



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