"Coppelia": una scoperta vincente per Fabrizio Monteverde
di Cristina Squartecchia;
Mancava tra le “Coppelie” rivisitate negli ultimi decenni una versione che mettesse in luce l’iniziazione e il dono d’amore. Fabrizio Monteverde, coreografo di lunga data per il Balletto di Toscana, ci ha pensato confezionando una versione cucita su misura per la compagnia Junior.
I coreografi che si sono misurati con questo classico della tradizione ballettistica vi hanno lavorato ripensandone la regia coreografica e collocando la storia nei luoghi e nei tempi vicini alla contemporaneità. Basta citare la versione di Maguy Marin del 1994, immersa nei campi della genetica, oppure quella scritta a quattro mani da Michele Pogliani e Federica Mastrangeli (2002) spostata nell’era spaziale degli anni 60’ e il recente androide costruito da Victor Ullate. Monteverde, al confronto delle precedenti, non stravolge nulla e non connota la storia di un tempo e di uno spazio ben precisi. La sua rilettura resta fedele a quella originaria, ma scava nel sottotesto della narrazione facendo emergere tutto quel non detto presente nel libretto.
"Era da tempo che desideravo fare un balletto rispettando i canoni dell’Ottocento, la storia e la musica. Riconoscere le forme e le strutture del balletto classico utilizzando un linguaggio moderno". Così ha dichiarato il coreografo all’incontro con il pubblico, che ha preceduto il debutto in prima nazionale al Teatro dell’Aquila di Fermo. L’occasione si è presentata quando la direttrice artistica del Balletto di Toscana Junior, Cristina Bozzolini, gli ha commissionato la realizzazione di una pièce a “serata intera” per i giovani talentuosi della scuola toscana. Il primo pensiero per il coreografo è caduto su questo storico balletto, la cui lettura, non bizzarra, tantomeno stravolgente, ma raggiante per la vivacità coreografica, ben si modellava sui giovanissimi della compagnia toscana, e la riuscita colpisce nel segno.
Dal racconto di E.T.A. Hoofmann “L’uomo della sabbia”, dalle tinte fosche, Charles Nuitter ne ricavò un libretto depurato da tanto “noir” e lo consegnò al coreografo Arthur Saint Léon per realizzarci un balletto sulla partitura di Léo Delibés. Il debutto avvenne a Parigi nel 1870 con enorme successo ed è giunto ai giorni nostri in gran parte intatto e ancora affascinante per i ballettofili , anche se la trama ad oggi può sembrarci banale. E’ la storia di due giovani fidanzati Swanilda e Frantz turbata dalla figura di Coppelius, il mago del villaggio, un figura un po’ “outsider”, bollata come “il diverso”che possiede un laboratorio dove fabbrica bambole. Nel suo balcone ne colloca una, da una seducente bellezza algida, della quale però Frantz s’invaghisce. La giovane Swanilda insospettita s’intrufola nel laboratorio di Coppelius e scopre che quella fanciulla affacciata sul balcone altro non è che una perfetta bambola meccanica. Anche Frantz impaziente di conoscerla vi si inoltra fino a che tutti non si accorgono dell’inganno e così ogni dubbio svanisce in modo che Swanilda e Frantz possono convogliare a nozze.
Fabrizio Monteverde c’introduce alla sua “Coppelia” con un preludio popolato da tante bambole parlanti dove i danzatori immobili le osservano come ultimi echi di un’infanzia. La frizzante mazurka cede il passo del cambiamento: una coreografia corale di passi a due segna l’iniziazione all’amore. I primi approcci del corteggiamento, gli ammiccamenti e i baci si legano armoniosamente alla coreografia, in cui Monteverde ci dipinge una figura femminile intraprendente, iniziatrice del gioco d’amore dove Swanilda ne è la leader. La danza si dispiega attraverso l’articolazione di masse corali, in cui prevale l’unisono, dando risalto alla bravura tecnica dei danzatori condita da tanto entusiasmo e tenerezza che manifesta gioia e candore in questa prova davvero ambiziosa che inizia i ragazzi alla professione.
Una pluralità di linguaggi e stili, la bellezza delle linee unita ad una gestualità astratta, costituiscono il vocabolario che Monteverde mette a punto piegandolo al servizio della narrazione. A questa padronanza coreografica si aggiunge quell’estro registico che il coreografo conserva nella sua formazione e che torna ogni qual volta è alle prese con una riscrittura di questo genere. Del resto lui stesso ha sostenuto: "l’intelligenza del coreografo", e se vogliamo anche del regista, "è di mettere l’uomo giusto al posto giusto", e questo si rintraccia nella figura di Coppelius, interpretata da Siro Guglielmi. Un ragazzo dotato di un’infinita flessibilità, quasi da invertebrato, entra nei panni del personaggio con la forza espressiva che il suo corpo dispone. Ne viene fuori un personaggio ben riuscito, quello di un Coppelius a metà strada tra “Edward Mani di Forbice” e “The Crow”, un po’ dark e un po’ “emo” capace di donare amore ai due protagonisti, sebbene deriso dall’intera comunità del villaggio. Sulle note della famosa variazione di Swanilda, il coreografo opera degli spostamenti. Preferisce utilizzare la musica con una trovata registica forte: a Coppelius, una volta deriso, non gli resta altro che gonfiare la sua bambola con un pompa mentre ad un lato la comunità si burla di lui con una sequenza gestuale reiterata a più riprese. Con simili operazioni registiche Monteverde dona alla partitura di Dèlibes un forza drammaturgica nuova, prova ne sia la variazione della “Preghiera” spesso un po’ sfuggente, qui più splendente danzata da Coppelis, oppure il gioco danzato sui vestiti delle danzatrici, tutte bambole, sul tema degli automi.
In quest’avventura, che ha visto coinvolgere le forze in campo più autorevoli della danza italiana, in un periodo così tormentato per il paese, la congiunta collaborazione di Monteverde con Cristina Bozzoloni testimonia la validità ed il talento che l’Italia possiede, poiché questa “Coppelia” dimostra di possedere tutte le carte per guadagnarsi un prestigio anche oltre confine.
portale di Federico Pontiero (TS)
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