Da Milano a le vie del festival, “Sulla morte senza esagerare”

di Giusi Potenza.

Giunge alla sua XXIV edizione la rassegna teatrale ''le vie del festival'' dell'associazione culturale CADMO con la direzione artistica di Natalia Di Iorio, ospitata da diversi teatri della capitale e di Ostia.

Al teatro Vascello la giovane compagnia milanese Teatro dei Gordi, porta in scena l'originale spettacolo senza parole ''Sulla morte senza esagerare'', già apprezzato vincitore di numerosi premi. La pièce ideata e diretta da Riccardo Puppa, ha subito nel tempo diversi rimaneggiamenti, cambi di rotta e ricerche nate anche in laboratorio; nasce dall'idea di portare in scena la Morte, come personaggio, ormai stufa e priva di stimoli verso il proprio lavoro, spesso frustrante e pieno di sconfitte. L'intenzione è quella di ridimensionare una delle certezze assolute: la morte per tutti, togliendole quell'aura di paura e timore che convenzionalmente la contraddistingue. Il canovaccio iniziale subisce una sostanziale modifica a partire dall'introduzione, nel lavoro, della significativa poesia della poetessa polacca Wislawa Szymborska, scomparsa nel 2012, e lo spettacolo ne diventa un omaggio a lei. La poesia diviene una sorta di fil rouge, di linea guida da seguire per raccontare vicissitudini e fallimenti di un personaggio generalmente temuto, che si mostra al pubblico nel suo lato più fragile, il tutto condito da ironia, musica e soprattutto bravura attoriale. Quattro gli attori in scena, Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti e Matteo Vitanza che si alternano nell'incarnare una carrellata di personaggi, facendo vivere le splendide maschere create per la prima volta dalla scenografa Ilaria Ariemme. Ispirati dalle suggestioni dei ritratti di Otto Dix, pittore tedesco, esponente di spicco della ''Neue Sachlichkeit'' il regista, con gli stessi attori e naturalmente il prezioso contributo della Ariemme, hanno pensato e realizzato una serie di maschere in cartapesta, maschere che coprono l'intero capo, dunque anche sul retro, dalle espressioni tanto singolari, quanto eloquenti, plasmate per cercare uno sguardo efficace e mutevole allo stesso tempo. Infatti, questo lavoro verte su ciò che in teatro si definisce neutro, ovvero quello stato iniziale in cui tutto è focalizzato sul respiro, sullo sguardo e sul bilanciamento dello spazio. Con questo progetto il Teatro dei Gordi vuole proporre un spettacolo fatto di figure, archetipi, immediatezza, che possa parlare agli spettatori aldilà della loro provenienza linguistica e culturale, con l'obiettivo di riportare il teatro a quella sua forma primitiva secondo cui la verità dello stare in scena viene prima e al di là del testo. Con visi come quelli, espressioni come quelle, le frasi della Szymborska proiettate di tanto in tanto come sopratitoli, attori e affiatamento perfetto, come quelli portati in scena dal Teatro dei Gordi, no, le parole proprio non servono. Lo studio dei gesti: semplici e lineari, la postura: realistica e al contempo caratterizzante, ma anche il complementare supporto musicale e il disegno luci, tutto regolato al millimetro, fanno sì che il pubblico non senta affatto la mancanza di una drammaturgia testuale fatta di dialoghi o monologhi. La scena è spoglia. Una panchina e un lampione che ogni volta scandisce, sfrigolando, l'arrivo di un morituro. La morte è pronta ad accogliere a braccia aperte il nuovo cliente ma le cose non vanno quasi mai per il verso giusto. La scelta di creare e dunque interpretare determinati personaggi, è molto sottile e assolutamente studiata, il suicida recidivo mosso più da noia e solitudine che da motivazioni profonde e che non è mai completamente convinto, tanto da ripensarci ogni volta; la coppia di anziani dei quali cederà all'abbraccio definitivo soltanto il più debole, ovvero il marito; la prostituta che vive di eccessi; il ragazzo spericolato e un po' arrogante che filma tutto con il suo smartphone e che ama il rischio tanto quanto la vita, che sfugge alla morte reagendo al defibrillatore; e il più poetico bambino in grembo alla sua mamma, quindi la Vita stessa, che la salva, tirandola via con tutta la sua forza vitale, alla scelta di seguire il suo compagno, un soldato ferito e arreso. Altra apprezzabile nota per la scelta dell'abito della morte, un elegante cardigan, di buona fattura, per stare a quanto ci suggerisce l'anziana signora, che però è ormai logoro, ha un buco nella manica, a simboleggiare che adesso la morte, non ci tiene più ad apparire diversa da quel che è, perfetta, invincibile, è stanca dei tanti fallimenti, ha ceduto essa stessa al logorio professionale dell'attesa, dei mille intoppi e ritardi nello svolgimento del proprio ''lavoro'', con tanto di imprevisti, tentativi maldestri, colpi a vuoto e anime rispedite al mittente. Esilarante l'ennesimo personaggio, un angelo ispettore, chiamato a controllare la morte nell'esercizio delle sue funzioni, che la controlla, interviene, la mette in ridicolo e la richiama per iscritto, fino a che, dopo l'ultimo richiamo, arriva la sostituzione. ''Sulla morte senza esagerare'' altro non vuole che umanizzare la morte stessa, mettendola anche nella situazione di perdere il lavoro. Di certo c'è, che l’ironia può vincere su tutto, anche sulla più grande paura di ogni essere umano: la grande mietitrice, la fine che ci accomuna tutti. Unica pecca per questo spettacolo, ma si sarà trattato probabilmente di un caso, è relativa a qualche disattenzione dalla cabina di regia per la gestione di luci e suoni nella seconda parte, ovvero, come dicevo lo spettacolo è studiato con una precisione millimetrica che non ammette sbavature, ad ogni gesto dei personaggi corrisponde una reazione sonora o illuminotecnica e, qualora ciò dovesse non essere perfetto, la distrazione risulterebbe molto evidente. Tanto è successo, in particolare nella seconda parte dello spettacolo, ma va sottolineata altrettanto la lucidità e la presenza scenica degli attori che sono riusciti ad ovviare ogni volta ironicamente, alle piccole disattenzioni.

Premiato quindi il coraggio della giovane compagnia di intraprendere la linea di un teatro senza parole (linea che peraltro pare avrà un seguito), che riesce a comunicare in maniera efficace, suggestiva e poetica attraverso il movimento, il gesto, le invenzioni scenografiche e l'originalità della costruzione drammaturgica, con leggerezza, cura dei dettagli e molto lavoro, una scelta creativa che proietta facilmente in un probabile futuro internazionale senza il limite linguistico.

WISLAWA SZYMBORSKA

SULLA MORTE SENZA ESAGERARE

Non s'intende di scherzi,

stelle, ponti,

tessitura, miniere, lavoro dei campi,

costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani

intromette la sua ultima parola

a sproposito.

Non sa fare neppure ciò

che attiene al suo mestiere:

né scavare una fossa,

né mettere insieme una bara,

né rassettare il disordine che lascia.

Occupata a uccidere,

lo fa in modo maldestro,

senza metodo né abilità.

Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,

ma quante disfatte,

colpi a vuoto

e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza

di far cadere una mosca in volo.

Più d'un bruco

la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,

antenne, pinne, trachee,

piumaggi nuziali e pelame invernale

testimoniano i ritardi

del suo ingrato lavoro.

La cattiva volontà non basta

e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni

e, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.

Crescono gli scheletri dei neonati.

Dai semi spuntano le prime due foglioline,

e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.

Chi ne afferma l'onnipotenza

è lui stesso la prova vivente

che essa onnipotente non è.

Non c'è vita

che almeno per un attimo

non sia stata immortale.

La morte

è sempre in ritardo di quell'attimo.

Invano scuote la maniglia

d'una porta invisibile.

A nessuno può sottrarre

il tempo raggiunto.

06 / 10 / 2017

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