Dal particolare al generale, la storia di una famiglia per ricordare la storia d’Italia di Giusi Potenza;
Piazza d'Italia;
Testo di: Antonio Tabucchi;
Regia: Marco Baliani;
Cast: Patrizia Bollini, Daria Deflorian, Gabriele Duma, Simone Faloppa, Renata Mezenov Sa, Mariano Nieddu, Alessio Piazza, Naike Anna Silipo, Alexandre Vella;
Spesso il passato è friabile, quel che è stato ha una consistenza fragile e cessa di essere spunto di riflessione, confronto, approfondimento o ancor peggio non è più riferimento identitario. Per questo, è necessario recuperare il senso della storia fatta di singole storie, episodi che, partendo dalla piccola vita di ognuno, in una catena di vicende ed avvenimenti, una catena di vite, formano la storia di una comunità e via via di una nazione. Il teatro e la letteratura possono diventare strumento per restituirci quella memoria che si sta sfaldando sempre di più. Piazza d’Italia nel racconto di Antonio Tabucchi prima, e nell’adattamento teatrale che ci propone Marco Baliani oggi, nasce proprio con lo scopo di avvicinarci, addentrandocisi, alla nostra identità di italiani attraverso la memoria, mediante i racconti e le vicende di un borgo dell’alta Toscana e dei suoi abitanti, nell’arco storico che va dalle battaglie garibaldine dei Mille alle lotte politiche degli anni sessanta. L’impianto della storia è circolare, anche l’allestimento mantiene fortemente la metafora del cerchio, dello scorrere, come fa il tempo, come fa la vita; entrambi dunque, lo scrittore e il regista, concludono così come hanno cominciato, riprendendo nel finale la scena iniziale del racconto. Piazza d’Italia è costruito su differenti piani del racconto e sulla costruzione di splendidi quadri o tableaux vivants che Baliani crea con i corpi degli attori, le luci e i suoni, tutto contribuisce a fondere la linearità di ogni particolare con la circolarità del racconto totale, con il ripetersi dei nomi, il mescolarsi dei tempi e delle situazioni. Anche la messa in scena conserva la coralità della scrittura, in un alternarsi di scene collettive e singole narrazioni, si realizza così, attraverso il racconto delle storie personali dei personaggi di quella comunità marginale, la traccia di una storia più grande che è collettiva, l’idea di una mise en espace che utilizza lo spazio aperto e metaforico di una piazza italiana, per raccontare le diverse voci, le figure, gli avvenimenti che hanno composto la Storia di tutta l’Italia. E Baliani che come si sa è molto capace nell’allestimento di spettacoli corali, come ci aveva già potuto mostrare ne La pelle,qui dipinge un affresco di storia italiana d’insieme in cui si stagliano e vengono in evidenza di volta, in volta personalità e storie famigliari o singole, gruppo e individuo si rincorrono, si sorpassano, cedono e recuperano il primo piano per essere vicendevolmente protagonisti e diventare quasi dei cantastorie. I nove attori non sono solo personaggi definiti ma anche funzioni di una coralità sociale più ampia, entrando e uscendo dalle scene come frammenti di una continua galleria fotografica. La volontà di Baliani è quella di affidare la scena a un linguaggio narrativo, la recitazione è giocata su un tono quasi sempre concitato, quasi mai sporcata dal dialetto cosa che avviene solo per il personaggio di Apostolo Zeno. In particolare alcune scene come l’inizio, che poi è anche il finale, nel quale Garibaldo muore, ma è tutta la famiglia a barcollare con lui e dove il ripetersi della scena è identico e coincidente ma la figura che si stacca dal quadro cambia, se all’inizio è lo stesso Garibaldo ferito a morte a lasciare vuoto il proprio spazio occupato nel tableau, per cominciare a raccontare, nel finale è l’unico a rimanere immobile mentre gli altri, i vivi, si allontanano; oppure l’uccisione di Apostolo Zeno trasfigurata nel teatrino dei burattini, in cui l’omicidio per mano delle squadre fasciste diventa, in un linguaggio apparentemente infantile, ancor più forte, sono invece esempi di resa visiva e metaforica che in alcuni punti toglie spazio alla parola, grande protagonista. La scena pensata da Carlo Sala è astratta, un cubo posto al centro del palco. Una struttura apparentemente semplice è una girandola del tempo, come una scatola per bambini che ruota e ed è ricca di porte e botole e aperture che inglobano o respingono corpi, oggetti e suoni insieme a sogni e speranze. Si assiste ad un continuo divenire dello sguardo e dei sentimenti dei protagonisti, vorticosi affanni intenti a seguire il circolare movimento scenografico iniziato dal cubo, ma anche quando questo si arresta, il suo moto rimane, pare aver invaso ogni singolo personaggio e la sua interiorità.
Teatro India, Roma - 14 Febbraio 2010
Lo spettacolo resta in scena al Teatro India di Roma fino al 28 Febbraio 2010. Per informazioni: www.teatrodiroma.net
16 / 02 / 2010
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