Danza e matematica s’incontrano nella creatività di Wayne Mcgregor Wayne Mcgregor, dopo il successo riscosso la scorsa estate con Ballo Sport creato appositamente per l’inaugurazione dei campionati mondiali di nuoto a Roma, torna nella capitale con la sua Random Dance presentando Entity: una sua recente creazione in scena lo scorso 26 novembre all’Auditorium della Conciliazione. Coreografo sempre più richiesto dai più prestigiosi teatri del mondo e mai sazio delle scoperte e conquiste in campi disparati sulle relazioni tra il corpo e la mente durante il movimento e sui processi coinvolti nella creazione coreografica, spinge sempre oltre le sue ricerche. Entity è il frutto di questo lavoro e sebbene in coreografia non ci sia alcuna allusione diretta, come lui dice, all’insieme di queste tematiche, ne è tuttavia alimentata. "Entity" significa "entità" ed in coerenza con le premesse di partenza, il titolo ne esprime il senso: creare con un software un’entità coreografica intelligente capace di aiutare a risolvere i problemi inerenti al processo creativo, analizzando la relazione corpo-mente durante il movimento. Costruita per dieci danzatori della Random Dance, tra cui quattro donne e sei uomini, la coreografia, della durata di 60 minuti, si divide in due parti distinte ben visibili dalla struttura compositiva, dalle musiche, dal cambio di scena e dalla diversa presenza dei danzatori. Infatti la prima parte è caratterizzata dalle musiche di Joby Talbot, il quale compone appositamente una partitura per archi lontana dai suoni romantici ma dal ritmo propulsivo, suonata dal Navarra Quartet e in cui prevale la presenza dei danzatori maschi. Nella seconda invece, la partitura è di Jon Hopkins, collaboratore dei Coldplay e dei Massive Attack, che confeziona per l’occasione una musica dal sound elettronico e travolgente sulla quale danzano per lo più le donne. Lo spazio scenico è determinato da una sorta di scatola bianca entro la quale interagiscono i danzatori. Si tratta di una piattaforma quadrangolare contenuta da una serie di tre pannelli rettangolari che sembrano fungere da pareti. Sul fondo di uno di questi, al lato destro del pubblico, viene proiettato un levriero che corre, uno degli studi sulla locomozione animale di Edward Muybridge: una spia luminosa per il significato che veicola la coreografia. Patrick Burnier, costumista e scenografo, ha costruito per l’occasione questo spazio artificiale e mobile e una linea unisex: culotte di colore nero e delle canotte bianche sulle quali sono riportati dei codici numerici del DNA di ogni danzatore. Su di un crescendo degli archi che si fa sempre più forte sparisce l’immagine del levriero ed entra un danzatore che, in coincidenza col suono netto, esegue una serie di movimenti staccati. Via via lo spazio bianco si riempie di altri danzatori che si posizionano con una camminata decisa in punti diversi nello spazio, riproducendo una gestualità dinamica mista tra il tic nervoso e le azioni quotidiane. Gli eccelsi performers della Random Dance dominano la scena muovendosi ad alta velocità. Ciò rende la partitura corrosiva e logorante, dando l’impressione di una imminente esplosione. Nonostante l’alta tensione caricata da sguardi e sinergie che i danzatori scatenano a vicenda, ognuno di loro è impegnato in brevi frammenti di assolo che sembrano contraddistinguere la propria identità. L’azione continua in un alternarsi di assoli e pas de deux che si svincolano e si ricompongono in modi diversi. Questi corpi sprigionano vigore ed irruenza, ed il contatto tra loro spesso è aggressivo e brusco, al punto che i pas de deux alludono a volte ad un duello, a volte ad una relazione di contrasto. Ciò è visibile dalle soluzioni di pose e prese sempre più contorte e spigolose, che non emanano un senso di armonia e agilità, piuttosto una sensazione di attrito. Un’operazione voluta e messa a punto dal coreografo e che sta al cuore di uno dei suoi obiettivi: egli è alla ricerca di un altro punto di vista sulla nostra identità corporea, che non si riduce ad essere solo lineare e regolare, ma può apparire anche distorta e stonata, poiché riflette secondo lui, la situazione attuale dell’essere umano. Improvvisamente tutto si placa, i pannelli che prima delimitavano la scena ora si sollevano e su di essi e a terra scorrono delle immagini. Si tratta di numeri, teorie algebriche, tra i quali il teorema di Pitagora e la serie di Fibonacci, e diagrammi geometrici (curati dalla light designer Lucy Carter). Questo passaggio segna il secondo momento della coreografia, riconoscibile anche dalla musica che, abbandonando il suono degli archi, si sposta nel new age per fare spazio ad un mixage elettronico graffiante e sensuale di Jon Hopkins. La coreografia è costruita sulla ripresa del codice accademico, ma costantemente alterato nei piani e nelle proporzioni simmetriche dei développés e pirouette, eseguiti sempre ad un ritmo frenetico e propulsivo che non conosce tregua. La tensione sale, il ritmo della musica si fa sempre più martellante, la velocità con la quale i danzatori eseguono i movimenti aumenta, la tecnica del "crescendo" satura l’ambiente tenendo lo spettatore in uno stato quasi di all’erta. Il tutto prosegue fino a quando in un modo imprevedibile due danzatori escono lasciando lo spazio scenico vuoto e la ripresa dell’immagine iniziale: il levriero che corre. Entity non è solo un’esposizione di danza fisica e virtuosistica che ad alta velocità scorre in 60 minuti, ma contiene molto di più. Mcgregor compone una danza ricca di una tale complessità di coordinazione di movimenti nello spazio e nel tempo, che allude chiaramente alla velocità con cui oggi viaggia la nostra società immersa nell’universo virtuale. Questa lettura si coglie a primo impatto ed è ciò che emerge in superficie nella coreografia, ma guardando in profondità si colgono più piani di lettura. Le citazioni dei numeri, che scorrono nelle immagini proiettate sui pannelli, sono chiari riferimenti: un numero è un’entità, come lo è il gesto, come lo è un passo di danza. Dunque così come da un semplice numero è possibile generare una serie infinita e casuale di combinazioni e teoremi che regolano il nostro sapere, anche un passo di danza classica può essere modellato in infinite legazioni e sequenze e ciò vale anche per il gesto. Questa associazione è realizzabile da un corpo smontabile e frazionabile che i danzatori della Random Dance dimostrano di possedere. Cristina Squartecchia
01 / 12 / 2009
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