Se il Don Giovanni di Mozart è diventato un punto di riferimento obbligato della cultura (non solo musicale) occidentale, lo si deve anche alla sua natura di mito: con quello di Faust, suo fratello germano, il mito di Don Giovanni fonda per molti versi l’età moderna e penetra fin da subito nel teatro. La sua prima testimonianza scritta, come ci ha insegnato Giovanni Macchia, è nello scenario di un dramma gesuitico rappresentato a Ingolstadt nel1615, che racconta l’ascesa e caduta del conte Leonzio, discepolo libertino di Machiavelli, ateo impenitente, che osa rivolgere un beffardo invito a cena al teschio di un morto; il quale morto, con stupore di lui, accetta l’invito e lo trascina poi nell’inferno. L’ateo Leonzio, da Tirso de Molina in poi, diventerà il seduttore Don Giovanni e il suo machiavellismo verrà applicato all’ambito erotico. La commedia dell’arte, il teatro (più o meno) regolare, l’opera in musicae il ballo contano numerosissime versioni di questo mito che si carica man mano di valenze sempre nuove e diverse. In quanto virtuoso della metamorfosi e della maschera, della finzione e dell’illusione (egli recita sempre, mettendo in cortocircuito realtà e apparenza), Don Giovanni può essere considerato come una metafora dell’attore e della fascinazione teatrale. Orbene, di questo mito si è nutrito avidamente il Don Giovanni di Mozart, ma va detto che esso ha segnato anche un punto di fissazione e di svolta nella storia di tale tradizione mitica. Dopo il trattamento di Mozart e Da Ponte, il mito di Don Giovanni secondo l’eredità sei-settecentesca subisce una vera e propria mutazione genetica. Si può (e forse si deve) storcere il naso, oggi, di fronte all’interpretazione romantica del Don Giovanni, ma non si può certo negare che essa, dopo Hoffmann, Kierkegaard,Baudelaire ecc., faccia parte della nostra tradizione culturale [….]. Oltre alla tradizione bisecolare di cui s’è detto, il librettista e il compositore sono partiti da un modello preciso che hanno poi amplificato e modificato, lavorando per di più in fretta, con l’acqua alla gola; tale modello è Il convitato di pietra, atto unico di Giovanni Bertati per la musica di Giuseppe Gazzaniga, andato in scena a Venezia il 5 febbraio 1787. La première del Don Giovanni, come tutti sanno, ebbe invece luogo a Praga il 29 ottobre dello stesso anno. Nel cast praghese era tra l’altro presente un cantante (il tenore Antonio Baglioni, futuro interprete di Don Ottavio) che aveva preso parte alla rappresentazione veneziana e che è stato sicuramente un importante trait d’union tra le due opere. Tra i cambiamenti più importanti introdotti da Mozart e Da Ponte, c’è il grande risalto dato alla componentetragica che viene richiamata già nell’attacco dell’ouverture in cui si anticipa, appunto, il tema e la tonalità (re minore) che accompagneranno la terrificante entrata del Commendatore nel Finale dell’opera. La tradizione dell’opera buffa italiana viene contaminata con una vena tragico-patetica affatto inedita e di chiara ascendenza shakespeariana. Ma ciò che va anche sottolineato è l’impossibilità, nel Don Giovanni, di riassorbire il comico nel tragico, o viceversa. Come in un gioco di specchi, questi due elementi restano indipendenti e si criticano a vicenda, offrendo due prospettive opposte e simultanee della realtà. Anche dal punto di vista stilistico e musicale Don Giovanni, abilissimo simulatore e dissimulatore, passa continuamente dal registro tragico e quello comico. Chi volesse far prevalere il primo o il secondo tradirebbe il vero spirito dell’opera. Tale duplicità si aggiunge alle ambivalenze e ambiguità di cui abbiamo parlato poc’anzi. Il tutto con unaricchezza di significati e di implicazioni che giustifica la profezia pronunciata da Goethe già nel 1797, secondo la quale nessun’altra opera in musica avrebbe raggiunto l’altezza (e la profondità) del Don Giovanni. (Emilio Sala)
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