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Due uomini si misurano col ''teatro del sequestro''...all'italiana...


Come il teatro dell’assurdo, surreale, intelligente e ironico è lo spettacolo presentato dalla compagnia Teatro Minimo di Andria, Sequestro all’italiana, testo di Michele Santeramo, interpretato e diretto da Michele Sinisi, con Vittorio Continelli e in scena al teatro dell’orologio di Roma fino al 20 dicembre.
Il finale stravolge l’intera atmosfera costruita durante la rappresentazione, si sgretolano in un istante tutte le intenzioni e le sensazioni accumulatesi fino a quell’istante, mentre ci si affeziona ai personaggi, che sono dei cattivi buoni, o meglio dei buoni che si impongono di fare i cattivi, e che quindi nonostante un atto poco edificante per sé e per la società, portano il pubblico a parteggiare per loro. Due comuni cittadini, hanno subito un’imprecisata ingiustizia sociale, poco importa cosa nello specifico, sappiamo che vivono una vita di difficoltà, problemi diversi, economici, sociali, famigliari, esistenziali e che non hanno una voce, non sanno come poterli risolvere questi problemi, a chi rivolgersi, nessuno li ascolta… Ecco perché immaginano di "mettere in scena" un atto estremo, emblematico del loro disagio, sequestrano una classe di bambini, maestra compresa, chiedendo come riscatto di poter parlare col sindaco. Neanche questo però è sufficiente perché siano presi sul serio, il sindaco non li riceverà, il massimo che riescono ad ottenere è la presenza del vice sindaco, ma loro la rifiutano, non ci stanno, il vice non decide, promette e non mantiene. Ciò che è interessante e affascinante è che noi non riusciamo a capire dove finisce il gioco e dove inizia la realtà: la loro ambiguità è voluta e premeditata.
La scena è molto suggestiva, è una stanza/isola, vuota, un ingresso sul quale si affaccia una porta, quella della classe in cui sono tenuti i bambini che non vedremo mai euna finestra, rivolta al pubblico, dalla quale monitorare la situazione fuori, chi arriva? Che succede? È la polizia? La televisione? Ci sono le telecamere? Quante? Si potrebbe contrattare un’esclusiva se fossero tanti ad interessarsi del caso, anche perché ormai chiunque può fare o dire qualunque cosa, poi basta andare a confessarsi davanti ad una telecamera, mettere in piazza la propria vita, i propri problemi e si diventa famosi, il resto è dimenticato, si passa da carnefici a vittime, basta porgere delle scuse più o meno sincere. Ma bisogna stare attenti, "loro non sanno come siamo, potrebbero pensare che vogliamo fare del male ai bambini" e invece non è così, due rapitori maldestri, indecisi sul da farsi ma molto umani, si preoccupano di non spaventare i bambini, di non mostrare il coltello, di fare in modo che siano tranquilli e che non succeda niente, portano loro dei giocattoli, unici oggetti di scena. La finestra è il fulcro della scenografia, una finestra/megafono dalla quale far passare il proprio messaggio d’insoddisfazione. Tutto contribuisce a creare un’atmosfera intensa, coinvolgente ma allo stesso tempo irreale, è un gioco, loro come dei bambini giocando e improvvisando, immaginano di dare una svolta alle proprie vite, cosa che non sarebbero in grado di fare, uno imprigionato in una vita soffocante controllato dai genitori e oberato dai debiti, l’altro tradito e abbandonato dalla propria moglie. Sono molto bravi gli interpreti ad affrontare temi diversi, lanciati lì, non approfonditi, quasi come un’esca che chi vuole può cogliere… ed ecco la persecuzione dei telefonini che squillano continuamente a scandire il tempo dell’azione, il legale approfittatore che vede tutta la faccenda solo come un’occasione di guadagno, chi tenta le raccomandazioni anche in una situazione tragica o pseudo tale… insomma gli attori affrontano più argomenti, passando per diversi registri, entrando nei problemi personali tra una confidenza ed un litigio, si misurano con toni drammatici o comici, surreali o intimisti, sono riflessivi e si servono di pause, oppure collerici e agitati compresi nella situazione, ma sempre convincenti ed efficaci. Tutto lo spettacolo è gestito su un ritmo impeccabile di botte e risposte, in un dialogo veloce e intenso coadiuvato da emotività e fisicità, Sinisi e Continelli rallentano o accelerano, sempre mantenendosi credibili e concentrati, creano bei quadri di pose come in un "fermo immagine", per arrivare al coup de theatre che ribalta la situazione e che fa ripensare all’intero spettacolo per coglierne i segnali che hanno portato tale conclusione.
La dichiarazione è forte, si vuole parlare d’attualità, della sua illusoria evidenza, una verità che sembra tale perché figlia dell’immagine, ma il racconto mantiene leggerezza e ironia. Mettono in scena un sequestro e dunque il teatro stesso ma in un modo essenziale, spontaneo e asciutto senza fronzoli né giudizi gratuiti, testo e messa in scena si compensano e completano perfettamente, con semplicità a perizia, laddove il testo lascia ambiguità e indetermenitezza, la regia riporta verosimiglianza su un piano sentimentale ed emotivo più realistico, tracciando il farsesco ritratto di un’epoca.

Giusi Potenza

Lo spettacolo resta in scena, al Teatro dell'Orologio, fino al 20 Dicembre 2009

Per informazioni: www.teatrorologio.it

15 / 12 / 2009



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