Eleonora Danco, la sua Roma, il suo Teatro, il suo lavoro dEVERSIVO

di Giusi Potenza.

Prodotto dal Teatro di Roma e ancora in scena fino al 29 novembre dEVERSIVO, scritto, diretto e interpretato con grande successo di pubblico, da Eleonora Danco.

Eversivo equivale a sovversivo, rivoluzionario, è il rovesciamento di qualcosa, e il dEversivo? Sarà il diversamente sovversivo? Sicuramente è un testo brillante, visionario, onirico, a tratti cinico ma anche poetico e divertente: è il teatro della Danco che ci ha abituati alla sua scrittura unica, inconfondibile, così minuziosamente dettagliata da sembrare confusa e improvvisata, ricchissima di salti, parentesi, parole che creano immagini vivide e reali. L'elemento visivo è essenziale e duplice, sia perché stimola i sensi, sia perché crea una dimensione estetica, a volte onirica, altre molto reale e quasi tangibile. L'intera performance di Eleonora Danco si nutre di questi due aspetti, è talmente fisica e presente, da venir percepita aerea e impalpabile quando attraversa scene e luoghi come se tratteggiasse una tela dipinta. Anche il suo utilizzo dello spazio scenico è sempre molto interessante, così studiato da sembrare casuale. Questo atto unico, con lei da sola in un palco vuoto, è costituito da una carrellata di personaggi che però sono un personaggio solo, il punto di vista è quello di un'attrice che cerca di lavorare, che parla, prova, gira, cammina, accompagna il pubblico in un percorso fatto di incontri con produttori, direttori di teatro, maestranze, piccoli teatrini, un viaggio aereo su un tappeto volante, il tappeto è Roma: è la cornice, è l'itinerario che seguiamo dal centro alle periferie, dai bar agli attici dei ricchi, per scoprire una vasta umanità. Deve preoccuparsi di pagare l’affitto, quindi vendere lo spettacolo, distribuirlo, prepararlo, pagare i tecnici, sapere cosa chiedere loro quando è una regista, discutere di percentuali con i direttori dei teatri che la ospiteranno, fare i conti con la famiglia che ''ma trovati un lavoro vero, questa cosa del teatro non va''. Ma è anche una drammaturga la nostra protagonista, ed è proprio in questo aspetto che si rivela la condizione più tormentata, più difficile e problematica, la dimensione tanto amata e cercata quanto evitata o rimandata, il personaggio che si perde, che temporeggia al supermercato con la testa carica di immagini non ancora scritte, che vagheggia risse e scontri tra carrelli, che cammina, osserva, ascolta per poi raccontare storie e descrivere persone. Sull'affascinante e contraddittorio tappeto di Roma vola il mondo del teatro, con i suoi personaggi e le sue dinamiche, con gli scontri e le porte sbattute in faccia, sempre a fare i conti con burocrazia e difficoltà economiche, ma soprattutto vola un'umanità in continua evoluzione, con i camerieri che un tempo erano i padroni della città e che oggi altro non sono che poveri schiavi al guinzaglio di qualcuno. Una Roma tra incubo e bellezza, il cui centro oggi, è costituito soltanto da pizzerie, una città terribile e temibile ma magnifica, sospesa, misteriosa, onirica, però in qualche modo degradata, in una carrellata continua di immagini realistiche e verosimili. Un testo che si pone molte domande senza dare giudizi, attraverso personaggi-ombre che portano in superficie i vari strati della città e dell’umanità stessa, in un brulicare di personalità molto diverse tra loro, tra corse in taxi e spostamenti in tram, chiacchiere e incongruenze. Sempre affascinata dalle arti visive, Eleonora Danco scrive questo testo come Rauschenberg affermava di voler lavorare ''nel vuoto, tra arte e vita'' suggerendo una non distinzione tra oggetti d'arte e oggetti quotidiani, Rauschenberg trovava oggetti che lo interessavano per le strade di New York City e le portava al suo studio dove potevano diventare parte integrante del suo lavoro. Reclamando di volere qualcos'altro rispetto a ciò che ognuno poteva fare da solo, utilizzando la ''sorpresa'' insita negli oggetti raccolti dalla collettività, attraverso i quali vivere il senso generoso di ''altro'', cioè l'oggetto in sé, essendo estrapolato dal suo contesto, diventava una cosa nuova. Esattamente su questa scia è costruito il montaggio emotivo delle sequenze sceniche di dEVERSIVO, la performance sperimenta con il corpo il livello inconscio suggerito dal testo, quello che viene prima della parola, e non c'è spazio per le improvvisazioni, i due percorsi, quello della scrittura e quello fisico e materico, sono due processi creativi distinti, ed entrambi sono una rappresentazione pensata e minuziosa delle visioni dell'autrice. Il corpo dell'attrice è il colore, l'evocazione di fantasmi, il tratteggio dei pensieri, l'impatto esplosivo del non espresso, il movimento è la vitalità e la frenesia della quotidiana corsa dell'essere umano. Il testo invece è un manifesto, anzi una manifestazione di un'interiorità profonda, leggera e ricca, un linguaggio contemporaneo ma estraneo all'attualità, per un teatro che parli in modo universale che rimanga nel tempo, con l'unico interesse di parlare dell'intimo umano e del suo travaglio, in un rapporto spazio/tempo dell'individuo, considerato ristretto e precario.

Perfetta poi la tessitura musicale pensata da Marco Tecce, che va a completare testo e performance, interessante anche il disegno luci che crea percorsi, spazi geometrici, delimita luoghi e crea con coni e occhi di bue salti che fanno da contrappunto a quelli spazio/temporali di cui si parla.

03 / 11 / 2017

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