Gioco, crudeltà, cinismo, ironia e superba arte interpretativa sono gli ingredienti de ''L’inganno''
di Giusi Potenza;
L'inganno;
Testo di: Anthony Shaffer;
Regia: Glauco Mauri;
Cast: Glauco Mauri, Roberto Sturno;
Una straordinaria coppia del teatro italiano: Glauco Mauri e Roberto Sturno, protagonisti di un testo accattivante, un thriller psicologico denso di ironia e colpi di scena, che alterna momenti di forte tensione in cui domina l'intellettualismo raffinato di un gioco perverso di reciproco inganno e squarci di imprevista tenerezza sulla dolorosa condizione dell'uomo, protagonista e responsabile, nel bene e nel male, del suo destino. Si tratta di Sleuth di Antony Shaffer, una commedia scritta nel 1970 che, dopo il successo teatrale, venne adattata due volte per il cinema, nel '72 con la regia di Joseph L. Mankiewicz, protagonisti Laurence Olivier e Michael Caine, la seconda nel 2007, per regia di Kenneth Branagh, con Michael Caine (nel ruolo che fu di Olivier nel 1972) e Jude Law, e con la sceneggiatura di Harold Pinter. Per Mauri la traduzione più indicata e esplicativa del titolo diventa L’inganno e non quella più letterale di "segugio" o "investigatore"; il titolo di quest'opera, in realtà, è sempre rimasto piuttosto misterioso, e lo stesso Shaffer non ne ha mai dato una spiegazione chiara. Sleuth infatti è il segugio, ma nel testo non c'è nessuno che abbia questo ruolo, pare che l'idea più credibile e affascinante sia pensare che "sleuth" sia il pubblico, al quale è assegnato il compito di investigare e scoprire non tanto un, o il, colpevole ma i sentimenti veri che si agitano nell'animo dei due protagonisti. Tra loro, corre un gioco feroce, crudele e farsesco, di inganno continuo, ed è sull'inganno che si basa tutto il meccanismo della commedia, con continui rovesciamenti della presunta verità. A partire dalla locandina dello spettacolo, chi entra nel teatro è partecipe e vittima a tutti gli effetti di un inganno: basta leggere nell’ elenco dei ruoli i vari attori, oltre Mauri e Sturno, tra cui Bruno Sorretto, Tom Borestour, e Steno Burrorto, che altri non sono che anagrammi dello stesso Roberto Sturno che finge di essere altri personaggi.
Mauri e Sturno attivano un meccanismo scenico perfetto e sempre sapientemente calibrato: da una parte si tende ad amplificare la resa umoristica implicita nelle battute, senza mai cadere nella banale comicità; dall’altra non si perde mai di vista il cinismo dell’argomento trattato. Ecco che allora la recitazione propone una variegata gamma interpretativa, e i due attori si mostrano abilissimi nel manifestare la complessità psicologica dei personaggi Wyke e Tindle. Entrambi alternativamente, a seconda che siano se stessi o che fingano, appaiono esattamente l’opposto di quello che avevano mostrato in precedenza. È lo stesso Shaffer che ha voluto indagare le inquietanti realtà dell’animo umano, l’autore mescola al dramma l'acuta ironia della commedia brillante inglese, riesce con una spirale di colpi di scena, a creare la giusta tensione perché porta lo spettatore in un ambiente rassicurante, apparentemente normale dove non c'è violenza, non c'è sangue, ma dove può comunque annidarsi il male che, proprio per questo, spaventa di più. È la lezione di Agatha Christie e di Alfred Hitchcock, di cui Shaffer è stato collaboratore.
All’elementare simmetria della trama, due protagonisti, attore e attor giovane e un atto a testa per condurre il gioco, (nel primo Wyke è il regista e Tindle l’interprete, nel secondo attacca Tindle e tenta la difesa Wyke) corre parallelamente una veloce e via via sempre più rapida progressione verso il baratro; in questo gioco vince chi è pronto a compiere la vendetta più atroce, ma sempre ridendo e giocando con l’astuzia. I due protagonisti sono uno l’antitesi dell’altro: la razionalità di Wyke e l’istinto di Tindle, le nobili origini aristocratiche dell’uno e la perenne ricerca di riscossa cociale dell’altro nato da un fallito orologiaio italiano emigrato in Inghilterra, ma anche l’ormai svanita giovinezza di Wyke contrapposta alla freschezza e la virilità di Tindle. Non c’è punto di contatto tra i due e possono rapportarsi solo sfidandosi; ma l’oggetto della contesa non è la donna da entrambi amata, bensì l’affermazione dell’uno sull’altro, vincere vuol dire far prevalere il proprio ceto sociale, il proprio modo di concepire la vita. E la sfida non può che assumere le forme del gioco e come nei più semplici giochi dei bambini, ciascun partecipante deve interpretare un ruolo, da qui il continuo ricorso a molteplici travestimenti, manifesti o meno tra i duellanti. Tra i due parte uno scambio di battute fulminanti, un gioco di diritto e rovescio dove sia l'uno che l'altro svolgono il ruolo di protagonisti, di registi, un teatro di parola con una pregevolissima dialettica morbosa di reciproche invidie e antipatie venate di ammirazione. Andrew Wyke è uno scrittore di polizieschi, abituato a creare storie, a inventare personaggi e situazioni intricate, ma non solo sui libri, per sfuggire alla solitudine insegue la vita con l'arte, con la finzione. Nel suo gioco di specchi, in cui verità e menzogna si chiamano a vicenda, irretisce prima e coinvolge poi, Milo Tindle l'amante di sua moglie che sta per lasciarlo. Wyke, avvezzo a usare la fantasia, è superato dall'allievo e rischia di restare vittima della sua stessa fantastica perversione. Farsa, colpi bassi, cinismo, verità e menzogna, tutto all’insegna della falsità, un mix di intrigo e psicologismo. Glauco Mauri dimostra le sue ottime qualità di regista, acuto indagatore della psicologia umana ed eccelso interprete. Nel primo atto propone uno Wyke stralunato e svampito, che affronta le vicissitudini della vita con la leggerezza di un bambino, di un folle fantasioso e sciroccato aristocratico annoiato in cerca di stravaganti distrazioni. La recitazione è caricata, fatta di perfetti spostamenti sul palco, gesti ampi, risate improvvise frequenti ed eccessive, chiacchiericcio un po’ infantile. Nel secondo atto, quando Wyke è vittima di Doppler-Tindle, il dubbio che lo assale, la paura e l’angoscia che lo attanagliano, sono rese da Mauri attraverso una complessa e minuziosa mimica corporale: per buona parte del tempo egli rimane seduto nella poltrona, si tocca in continuazione la testa, a volte battendovi sopra i pugni chiusi, quasi a volersi convincere delle sue stesse affermazioni; ogni gesto esprime tensione, si tira indietro i lunghi capelli sciolti e tamburella con le dita sul bracciolo della poltrona, denunciando l’irrequietezza di chi comincia a vacillare delle proprie certezze. Alla fine, quando, disperato, decide di uccidere il suo "avversario", ritrova la totale calma e la lucidità. È davanti al fatto compiuto, poiché la sua verità più intima è stata ormai rivelata. Se Mauri si muove egregiamente su una tavolozza di sfumature emotive, passando con disinvoltura dall'allegria frivola al sadismo, dall'autoironia alla megalomania, Roberto Sturno vi si accorda perfettamente e interpreta magistralmente il Tindle disorientato e ingenuo del primo atto e quello consapevolmente crudele e sagace del secondo. Inoltre dimostra grandi capacità comiche offrendo una simpatica prova con il costume da clown, ma anche abilità da caratterista, proponendo un ispettore Doppler decisamente accattivante. Sturno-Tindle fa da contraltare a Mauri-Wyke, in un vero e proprio contrappunto visivo, nonché concettuale. Un ruolo determinante per la resa della commedia è giocato dalla scenografia, imponente e sfarzosa, perfetta nel connotare il carattere del protagonista, del giallista Wyke. La sua casa-giocattolo è dominata da un grande salone che serba trabocchetti, insidie, costumi carnevaleschi, una cassaforte ben nascosta dietro un muro e soprattutto un'inquietante marionetta che sghignazza. Un pupazzo, Jolly Jack l’allegro marinaio l'unico compagno di vita di Wyke, che egli stesso aziona, comanda, così come fa con i personaggi dei suoi racconti e così come vorrebbe fare con Tindle.
La conclusione è certo l'immagine teatrale della sconfitta umana: l'uomo resta vittima di se stesso e in quel gioco in cui ciascuno cerca di ferire l'altro mettendo in campo i sentimenti più intimi si ritrova poi anche vittima di questa folle sfida, un uomo molto solo che tenta di prevaricare emotivamente un suo "rivale" per sentirsi un vincente, ma che rimane solo e seppur nell’effimera soddisfazione iniziale, non ottiene niente ma anzi peggiora la situazione facendosi umiliare a sua volta. La farsa sfocia in dramma, e il pupazzo che sghignazza dice quanto stupido è l'uomo che gioca a ferirsi e resta ferito.
Ma L'inganno è anche una citazione indiretta della macchina scenica, con i suoi molti piani interpretativi, i suoi trucchi e le sue affabulazioni. Poiché il gioco è anche l'essenza ultima del teatro, una miscela ben dosata di calcolo e di fantasia, consapevolezza dell’accettare per vero ciò che si sa non esserlo, riflessione frullata a divertimento. C'è un'unica verità nella finzione: la finzione stessa.
Teatro Valle, Roma, 27 Marzo 2010
Tournèe dello spettacolo:
7 / 11 aprile – Udine – Teatro Giovanni da Udine
13 / 18 apr. – Padova – Teatro Comunale19 aprile – Guastalla – Teatro Comunale21 /25 apr. – Venezia – Teatro Goldoni27 apr. / 2 mag. – Bergamo – Teatro Donizetti
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