Gli affreschi emotivi di Thelonious Monk nella lettura-concerto del Collettivo dei Teatri Offesi E’ sempre più ricca e assortita di giovani e nuove proposte la vetrina del Florian, Teatro d’Innovazione di Pescara, sotto il segno della ricerca e sperimentazione, grazie a questa simbiosi progettuale T.I.R. (Teatri Indipendenti in Rete) che vede impegnati Il Collettivo dei Teatri Offesi ed il Florian stesso. Tra i tanti appuntamenti di questa rassegna, si segnala MonoMonk dei Teatri Offesi di Pescara andato in scena lo scorso 17 dicembre al Florian, una sorta di lettura-concerto sulla folle e geniale personalità del jazzista statunitense "beepob" Thelonious Monk. Questo "jazz man", dalle doti pianistiche eccelse, ha cavalcato e scritto la storia del genere musicale, accanto a nomi come Charlie Parker e Duke Ellington, imprimendo un personale stile compositivo che, a partire dall’improvvisazione, genera soluzioni timbriche strane ed inaspettate. Lo squilibrio, la trasgressione, la rabbia, la paranoia, l’amore, la lotta razziale, gli alienanti e lunghi silenzi pulsano sotto la sua pelle, caricandosi di tensione per poi esplodere in un turbinio di note, che urlano in un’America di conflitti e passioni. La sua vita condotta tra la città di Harlem, nei club della 52esima, a New York e nei concerti, fino alla sua morte nel 1982 a Weehawken, è stata sempre una follia, una stranezza indecifrabile, così come il suo stile compositivo. Oggi l’eredità lasciata da questo "Dio del pianoforte", fatta di accostamenti tonali spesso contrastanti, imprevedibili dissonanze e inattesi silenzi si rivelano preziosi per molti, regalando un sound pregno di tensione, introverso ma mai statico. Questi ed altri elementi salienti, della vita di Thelonious Monk, vengono narrati a quadri, o meglio per capitoli, come dice la voce narrante di Fabio Zavatta, affiancato da Dino Rosa al contrabasso, Stefano Cerritelli alla batteria e percussioni e Renato Barattuci al Synth e Saz. La mise en scene di questo quartetto mette in luce gli stati d’animo, le pulsazioni emotive dell’artista, che come affreschi cangianti si tingono ogni volta di tonalità e cromatismi diversi, spaziando tra suoni poliritmici, primitive percussioni e sfondi sonori che sembrano dilatare l’atmosfera. Le pause, le note sospese, a volte isolate, accompagnano la narrazione, spesso enfatizzando i dissesti emotivi tra collera ed irruenza, tra mutismo e chiusure catatoniche, delineando i contorni di una personalità disturbata, ma fortemente geniale. Infatti, la voce narrante, funge da guida per lo spettatore, ma è la musica jazz che, dal vivo e attraverso accordi e soluzioni timbriche insospettabili, esprime in pieno lasciando intuire la narrazione e immergendo il pubblico nel vissuto di questo artista. Le vibrazioni emotive esplodono nelle vene di Thelonious Monk, dopo un lungo silenzio, in un attacco cardiaco che gli squarcia il corpo, sulle note di un brano "swing" che conclude la serata.
Cristina Squartecchia
21 / 12 / 2009
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