Il 'PORCILE' rifugio e rifiuto. Da Pasolini a Castri 
Testo di: Pier Paolo Pasolini;
Regia: Massimo Castri;
Cast: Antonio Giuseppe Peligra, Corinne Castelli, Paolo Calabresi, Ilaria Genatiempo, Davide Palla, Mauro Malinverno, Milutin Dapcevic, Miro Landoni, Vincenzo Giordano;
Apertura del sipario e già, si viene inghiottiti in un’atmosfera magica, fiabesca. È come guardare in una scatola, in un carillon delle bambole che giocano, si agitano e ci raccontano una storia, storia da metabolizzare, da interpretare, da assaporare. In effetti sembra che i testi di Pier Paolo Pasolini lascino tutti con la stessa sensazione di amaro in bocca, di impotenza, di partecipazione/distacco, assalgono, avvolgono e vanno ripensati. La stessa cosa vale per PORCILE, per quanto sia tutto molto chiaro e lineare turba il rendersi conto di quanto i racconti di Pasolini non siano mai datati, in questo spettacolo ricco di versi, carico di parole c’è un ribellione non espressa, per impotenza o vigliaccheria nei confronti del capitalismo, della corsa sociale a spese di qualunque altro sentimento emotivo, fisico o ideologico. La messinscena di Massimo Castri, avvalorata dalle scene e dai costumi di Maurizio Balò, rende il tutto quasi impalpabile, lontano, creando quel distacco come di chi guarda un monitor, un mondo altro una scatola dei ricordi. Allo stesso tempo si viene catturati dal tormento imploso di Julian, venticinquenne tedesco, figlio di un ricco industriale nella Germania della fine anni sessanta del boom neocapitalista ed erede della sua fortuna ma anche del suo stile di vita, non lo condivide ma non si ribella, non si interessa né si distacca, ha nei confronti di suo padre e di tutto ciò che rappresenta un odio/amore, è un ragazzo né ubbidiente né disobbediente, ma ama. Julian vive un amore segreto che non svela, è un amore totale, non esiste un chi, non esiste un anima. È un protagonista silenzioso, si nasconde e si protegge dietro un infantilismo fatuo, non si pronuncia mai, i suoi discorsi sono ricchi di nonsense, di gridolini ed espressioni adolescenziali usati per difesa, per non schierarsi. Non mostra interesse per il lavoro di suo padre, pur ammirandone il potere e la posizione sociale, ma neanche si unisce al gruppo di studenti rivoluzionari che protestano, perché è conformista anche come rivoluzionario, non ricambia l’amore della sua compagna di giochi, non si mostra per quello che è. I suoi genitori conoscono un ragazzo serio, senza senso dell’umorismo e amante delle armi e dell’esercito, la sua amica parla di un burlone che scherza su tutto, che non si è mai espresso riguardo ad una preferenza per la divisa e che cova un amore che non vuole rivelare. In effetti è un ragazzo pieno di mistero Julian, forse vorrebbe ma non può parlare, è in realtà ricco di passione e di istinti che probabilmente non sa spiegare neanche a sé stesso per cui decide di isolarsi, chiudendosi in un mutismo immobile. Mentre nessuno comprende questa scelta, né le motivazioni che la spingono, suo padre e il suo rivale in affari si ingegnano alla ricerca dei punti deboli dell’altro, degli scheletri nell’armadio per colpirsi ed è così che un passato da carnefice nazista si scontra con il segreto di Julian e la sua attrazione per i porcili, allora nessun vinto e nessun vincitore ma omertà, nessuno sveli le pecche dell’altro e ci sarà la fusione. In tutto questo Julian, scosso da un insolito professore, il primo filosofo della ragione: Spinoza, ha una reazione, torna dai suoi porci ed è lì che morirà, dagli stessi divorato. Una metafora questa di quanto i porci, i grandi senza sentimenti se non per il potere o il denaro, possano divorare gli uomini, ma anche di come sia facile farsi uccidere da chi si ama tanto, Pasolini definì la sua opera «una violenta rivolta esistenziale contro la società». "Porcile" è il corrispondente teatrale di uno dei due episodi rappresentati nel film omonimo. I dialoghi sono trasportati quasi del tutto integralmente nell'opera cinematografica, tanto quanto il significato del messaggio pasoliniano: rispetto alle "regole" del potere dominante l’individuo non ha molta scelta, pena una fine terribile, occorre conformarsi perché il diverso non è ammesso. L'essenzialità della scenografia scelta rispecchia la chiarezza del testo, la regia è lineare ed efficace, gli interpreti tutti molto convincenti e il pubblico continua ad apprezzare l’allestimento.
(Giusi Potenza)
Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 21 Dicembre 2008.
09 / 12 / 2008
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