«Non mi piace quello che ti ricorda che sei uno straniero, un estraneo».
Bernard-marie Koltès inizia a tracciare così, sin dalle prime pagine de "La notte poco prima della foresta" (t.o. "La nuit juste avant les forêts", scritto nel 1976 e messo in scena per la prima volta al Festival Off di Avignone nel luglio del 1977 ndr), la condizione di forestiero rispetto a se stesso e al mondo "altro". A vent'anni dalla sua morte, il regista colombiano Juan Diego Puerta Lopez sposa il progetto di Nuovo Teatro scegliendo di allestire uno dei monologhi più rappresentativi della drammaturgia contemporanea.
Nel solco dei suoi punti di riferimento – i poeti simbolisti C. Baudelaire ed in particolare A. Rimbaud – Koltès dà vita ad uno stile costruito sull'accumulo di immagini ora ellittiche ora metaforiche di uno status esistenziale dell'uomo. Il protagonista, interpretato da Claudio Santamaria, non ha nome, la sua identità è connotata proprio dall'essere uno e al tempo stesso lostraniero, il quale, con un fiume in piena di parole urlate e bisbigliate, tratteggia la solitudine rivolgendosi al «compagno» (non presente in scena ndr) abbordato all'«angolo della strada». In un monologo lungo 80 minuti, pulsante di visioni realistiche e di utopie - com'è l'idea di un «sindacato su scala internazionale», ripercorre i suoi incontri con gli odiati francesi, con la donna – le ferite di madre e l'amata del ponte presentatasi come «mama» - fino al momento dell'abbandono autodistruttivo.
"La notte poco prima della foresta" mette in atto uno dei tòpos letterari di Koltès, la foresta, il cui fascino misterioso-minaccioso è reso ancor più forte dalla notte. L'autore francese vive il teatro, in quanto porzione di vita, come l'unico luogo in cui la cruda realtà può abitare e l'opera installativa (resti di costruzioni, macerie polverizzate, pozzo bidonale) di Loredana Longo simbolizza il deserto sociale ed interiore. Si tratta di una scelta registica ben precisa tesa a creare un paesaggio più mentale ed organico piuttosto che un ambiente concreto (il testo allude ad una strada ndr) a cui corrisponde una recitazione fisica in cui l'attore passa dall'essere curvato dal dolore allo sfogo dirompente. Questi interpreta il flusso di pensieri senza punti fermi e a capo con un ritmo ossessivo nella sua monotonia - volutamente ricercato dal drammaturgo - suonando, però, con meno intensità il contrappunto di esclamazioni ed interiezioni e trasmettendo una lettura personale che sembra sfoci in soliloquio. Gocce di pioggia (installazione sonora di Giuliano Lombardo) cadenzano il viaggio nell'universo di/da straniero, un heart of darkness nei meandri del diverso dove, proprio grazie alle ombre della notte, l'uomo non visto è libero di poter aprire bocca senza l'ansia di imboscarsi o di essere «esecutore» di ciò che ordina il «clan segreto». Un lessico prorompente fila le fibre di un'anima in fuga; corre («se almeno sapessimo dove andare») lo straniero, guidato da moti trasgressivi in risposta ad una società omologata in cui l'unica arma è la difesa.
Koltès compone una partitura dell'incomunicabilità assurgendo a poeta delle periferie presenti e vate di quelle future. Proprio per questa sua peculiarità stilistica e linguistica, bisogna riconoscere il coraggio della produzione e degli artisti nel decidere di mettere in scena uno spettacolo a cui il pubblico italiano è abituato. Santamaria dimostra una bella energia ed impegno nell'affrontarlo, ponendosi in una posizione di work in progress costante, che ci auguriamo possa riuscire a fargli incontrare sempre più le impervie note koltesiane.
Forse dopo il diluvio, un soffio di vento lirico (merito anche delle musiche originali di Giuliano Sangiorgi) può portare via verso il notturno, dove non c'è fine n'è inizio. Descritta l'aridità più profonda, Koltès provoca ognuno di noi, chiedendoci se abbeverarci – e di cosa – o lasciare la presa. «[..] io cercavo qualcosa che fosse come un angelo in mezzo a questo macello».
portale di Federico Pontiero (TS)
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