Il dramma dell'inadeguatezza e delle frustrazioni, parole dette e pensieri inespressi Kvetch (piagnistei);
Testo di: Steven Berkoff;
Regia: Tiziano Panici con il contributo della sua compagnia;
Cast: Ivan Zerbinati, Laura Bussani, Federico Giani, Simone Luglio;
Scritto da Steven Berkoff, autore, attore e regista, tra i protagonisti della scena inglese contemporanea, formatosi con Jacques Lecoq e tra i fondatori del London Theatre Group, Kvetch, dall'ebraico Piagnistei è il testo scelto dal giovane Tiziano Panici e la sua compagnia e in scena fino al 7 febbraio 2010 al teatro Argot di Roma. In un percorso drammaturgico semplice e per niente impegnato nè impegnativo, l'autore delinea i percorsi psicologici di 5 personaggi pavidi e insicuri, quel che la gente pensa ma non dice, un universo parallelo in grado di sdoppiare ognuno di noi creando alter ego antitetici e contrari. Questa l'ambientazione di Kvetch, il testo riesce a portare in scena due realtà perfettamente antitetiche e, nello stesso tempo, macabramente consanguinee: da una parte il parlato, perfettamente ipocrita in linea con quel che si crede, ci si aspetterebbe da noi, e dall'altra il pensato, specchio del vero sentire di ognuno. Personaggi, ottimamente caratterizzati, che danno vita ad una serie di dialoghi "pour parler", riflesso di quotidianità insulse o pressochè inesistenti, che creano imbarazzo e spingono all'ossessiva ricerca del "qualcosa da dire", che puntualmente è la cosa sbagliata. Dialoghi inconsistenti, accompagnati da gesti abituali che risultano improvvisamente grotteschi, interrotti continuamente da fermo-immagine che consentono ad ogni singolo protagonista (mentre tutti gli altri sono congelati in uno "stop" dalla realtà) di far conoscere al pubblico i suoi reali pensieri, ovviamente in netto contrasto con quel che si stava dicendo un attimo prima e che si continuerà a dire dopo. Un espediente che serve a smascherare la generale incoerenza tra ciò che si desidera intimamente e ciò che si fa e dice palesemente, presentando quel che sta dietro le parole dette ed offrendo anche la possibilità di toccare, seppur sfiorandoli, temi diversi come la solitudine, la vecchiaia, il tradimento, la malattia, l'omosessualità, la soggezione lavorativa, ecc. Il tutto è realizzato e reso con linearità e precisione, in una scena minimalista ma assolutamente funzionale, si muovono i quattro interpreti, molto bravi a destreggiarsi sui due opposti registri, quello palese e quello interiore, senza mai perdere il ritmo necessario affinchè tutto funzioni come deve. Ivan Zerbinati, Laura Bussani, Federico Giani e Simone Luglio dimostrano grande affiatamento di gruppo, si ascoltano molto e riescono perfettamente in un botta e risposta incalzante e concentrato senza perdere in emotività nè in simpatia. Altrettanto preciso il disegno luci, che accompagna gli "a parte", mettendo quasi tra parentesi i personaggi muti, durante i soliloqui del sottotesto. Ed è proprio in questo modo che sul palcoscenico i personaggi da cinque diventano dieci tanto che il contrasto tra queste due realtà diventa molto divertente. Le trovate registiche sono sottili e raffinate, senza essere una presenza incombente, la regia disegna il percorso, guidando gli interpreti in una recitazione misurata senza limitarne troppo la libertà espressiva. Anche la scelta della lingua è originale e convincente, Panici decide di lasciare un italiano "comune" per le espressioni "comuni" e dunque esplicite, libera invece i pensieri più intimi in una lingua "intima" e più personale, quale ad esempio il dialetto, anzi i dialetti, ad ognuno il suo, ad ognuno la libertà di esprimersi in modo più o meno volgare, più o meno corretto, per essere totalmente sè stesso. Un marito, una moglie, un collega di lavoro del marito, la madre della moglie, un "amico di famiglia": la commedia è un circo di stanchezze, voglie di fuga, di rabbie apocalittiche che deflagrano solo nell'intimo dei pensieri inespressi... Non si salva nessuno, fino a che non imparerà a sentirsi adeguato... una fotografia di esistenze fallimentari per sè stesse e magari, inconsapevolmente invidiabili per chi osserva dall'esterno. I Piagnistei, le lamentele, il piangersi addosso, non sono altro che il frutto di frustrazioni e inadeguatezze dovuti ad una realtà ripetitiva e alienante che è diventata una gabbia, dalla quale si vorrebbe ma non si riesce a fuggire, per paura, insicurezza e routine ma che anche qualora si riuscisse a fare il grande passo, tutto poco dopo riprodurrebbe le antiche dinamiche dalle quali si è scappati con tanta fatica.
Giusi Potenza
Lo spettacolo resta in scena al Teatro Argot di Roma fino al 7 Febbraio 2010. Per informazioni: www.teatroargotstudio.com
02 / 02 / 2010
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