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Il Litta continua nel 2009-2010 a farsi famiglia educatrice e finestra per i giovani talenti


Il prossimo cartellone del Teatro Litta di Milano si situa tra l’estrema avanguardia ed il teatro più profondo e classico, cercando di alimentare la linea personalistica di formare e dare spazio alla giovane generazione – seppure con le difficoltà dei tempi. Dalla conferenza stampa di presentazione, svoltasi l’8 c.m., si sono elevate le voci appassionate e provocatrici della direzione artistica, nella persona di Antonio Syxty e di Gaetano Callegaro, insieme alle testimonianze entusiasmanti di interpreti e registi che animeranno la prossima stagione. Il regista Syxty ha evidenziato con estrema limpidezza il solco narrativo che ci aspetta: zone/paesaggi umani. Questi possono essere raggruppabili in storie private, storie di sempre, storie di cose nostre e storie contemporanee.
Il primo nucleo è essenzialmente riferibile a vicende familiari: "Lo zoo di vetro" dello scrittore americano T. Williams è allestito e diretto da Jurij Ferrini e dalla sua compagnia, il quale ci suggerisce come unica chiave «l’attore di "vetro"»; "Magick – autobiografia della vergogna", scritto e diretto da Lucia Calamaro. Un progetto rivolto ai giovani dal Teatro di Roma, un’autobiografia sui giochi famigliari con protagonista la vergogna. Chiude questo ciclo tematico a gennaio Fausto Paravidino con "La malattia della famiglia M", un esempio di autorialità italiana che affronta con ironia il disagio esistenziale.
La seconda zona rivisita i classici, Shakespeare e Cechov, il primo con un adattamento dell’ "Amleto"(nella foto una scena) con la regia di Roberto Bacci, il quale conferisce un taglio particolare, "nella carne il silenzio", una drammaturgia (Stefano Geraci) che si sviluppa in personaggi doppi ed interrogativi bombardati, a cui si risponderà visibilmente e coi fatti – la carne. "Zio Vanja" è il lavoro con cui il regista Giovanni Scacchetti ha scelto di dare inizio al percorso triennale del master di Regia teatrale perché un classico permette di «parlare di oggi senza avere la cronaca», restituendo una dimensione di tempo e senso a cui non si è più abituati. Suggella la stagione Sandro Mabellini con "Dracula" di Dukovski, una rappresentazione bipolare: «porno-filosofico e fiaba per bambini», un Oriente ed un Occidente nel gioco forza di eros e thanatos.
L’attualità "nera" abbraccia un periodo in particolare dell’anno, dal 24 novembre al 20 dicembre 2009, con tre testi. Una forma di docu-teatro ne "Il viaggio di Nicola Calipari" di Fabrizio Coniglio, il quale non si pone in una posizione di accusatore, ma con un coscienzioso dovere di verità attraverso un viaggio testimoniale delle varie parti in causa. Il secondo titolo, "Dormono, dormono sulla collina", è un reading teatrale di Syxty sulla strage della ThyssenKrupp, drammaturgia ideata insieme a Roberto Traverso a partire dal Rapporto sui diritti globali 2008. Infine, storia milanese e d’Italia, "Piazza fontana, una storia d’amore" diretto da Paolo Trotti, che vede in primo piano la storia personale intrecciarsi con lo sfondo della Storia con la S maiuscola. Entrambi i filoni si muovono per avvalorare la tesi «che la strage di Piazza Fontana diede storicamente il via alla stagione del terrore in Italia» (ndr note di regia).
Il quarto spazio dà visibilità alla contemporaneità con un autore mai rappresentato in Italia, Amos Kamil ne "Il venditore di sigari" con la regia del ventiquattrenne Alberto Oliva. Egli dirige anche "Perché tutti sono famosi e io no", un testo che utilizza il mito di Erostrato per richiamarci sulla spasmodica ricerca di fama ad ogni costo, una rappresentazione globale e visionaria in quanto pone in campo drammaturgo, regista, attore e pittore.
Risulterebbe approssimativo elencare titoli su titoli ed una citazione non renderebbe merito al lavoro ingente che c’è dietro ognuna delle pièce; ritengo sia rilevante il grido che gli artisti presenti ed in particolare Gaetano Callegaro hanno emesso. Una coscienza all’unisono è vibrata: «il nostro scopo e la nostra ambizione ha un nome: Milano» (il sindaco Greppi in un intervento del ’47, citato da Callegaro). Questa provocazione , in qualità di spettatrice giovane, mi induce a riflettere così come la testimonianza di Oliva secondo cui non dovremmo solo fuggire dall’Italia, ma «provare a rimanere e da quì dire la nostra, senza rimanere nascosti». Una grande forza risuona ed è di esempio, questa nuova generazione di registi (Autelli, Rifici – coordinatore del corso propedeutico di arte drammatica -, i sopra citati) ed interpreti sta cercando di farsi spazio e costruire la propria identità, nonostante le circostanze, supportati da una generazione di padri e nonni a cui bisogna ringraziare per la volontà che possiedono di non creare un vuoto generazionale. Un rischio che si corre sul filo del rasoio tra tagli alla cultura ed eventi sporadici che prendono sempre più piede.
Il sindaco Greppi muoveva questa politica in uno stato di dopoguerra, è molto triste doverne riconoscere l’attualità di pensiero in un tempo ben diverso, che tanto si vende come mondo globale, ma fa decadere la funzione del teatro ed in generale della Cultura come elevatori dei propri livelli di lettura.
L’augurio più sincero che un teatro-arte possa essere sostenuto, a partire da chi si sta affacciando ora e come figura professionale e come spettatore. Educhiamoci a guardare oltre il fenomeno o la meteora passeggeri e camminiamo con i teatri in maniera sinergica.

Maria Lucia Tangorra

10 / 07 / 2009



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