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Il paradosso delle passioni - ''Io non conosco sembra'' (Amleto)


di Maria Lucia Tangorra;

«Perché il potere della bellezza trasformerà l'onestà da quello che è in una ruffiana, prima che la forza dell'onestà possa tradurre la bellezza nel suo simile. Questo una volta era un paradosso, ma ora il tempo lo dimostra vero» - replica Amleto ad Ofelia (Atto III, scena I, trad. di Agostino Lombardo ndr). Parlando dell'amore, Shakespeare racchiude in poche righe quelle che col senno di poi son diventate certezze, prima tra tutte l'asserzione legata alla trama tratteggiata da La Milanesiana quest'anno: i Paradossi. Ciò che sembra paradossale diventa verità, non a caso il maestro degli aforismi scriveva ne "Il ritratto di Dorian Gray": «La via del paradosso è la via della verità. Per mettere alla prova la realtà bisogna farla camminare sulla corda. Solo quando le verità fanno acrobazie possiamo veramente giudicarle».
Tra le molte e variopinte serate della manifestazione ospitate presso il Teatro dal Verme, Teatro&spettacolo ha scelto di seguire "I paradossi delle passioni", una lucida, romantica e spiritosa fotografia fatta di parole, pause, musica e volti.
Nel pieno stile del Festival, al centro due autori internazionali, Ildefonso Falcones e Michel Faber, intervenuti per offrire la loro visione, andando oltre l'opinione comune (significato etimologico del termine "paradoxon" ndr) nel dipanare il proprio pensiero in rapporto all'argomento protagonista.
Sviscerando le contraddizioni della contemporaneità, il penalista-romanziere storico denuncia come le regole, oggi più che mai, siano attuate a seconda del personale rendiconto tanto che, pur affermando il potere: "la cultura deve essere di dominio pubblico senza alcun costo", i testi disponibili in rete ad uso e consumo dell'utente vengono scelti in base al criterio dell'intrattenimento e non dell'acculturazione («In nome della cultura viene dato il permesso di dilapidare il patrimonio di persone che lavorano duramente e si sforzano di svolgere il loro compito, ma questi banditi della cultura non vanno al di là dei semplici romanzi di intrattenimento» - trad. di Beatrice Gatti). Se la risorsa ultima della cittadinanza è manifestare, per annientarla basta ridurre sempre più la capacità di pensiero ed elaborazione; il segno premonitore dell'operazione di massificazione Groucho lo annunciò: «La televisione è una fonte di cultura. Ogni volta che qualcuno la accende, vado nella camera accanto e mi metto a leggere un libro». Falcones, con piglio ironico e documentaristico, fornisce al pubblico la radiografia di quello che siamo – sarebbe meglio dire di come siamo cambiati perché il grande paradosso risiede proprio nel teorema, verificabile in ogni istante, secondo cui «Quello che abbiamo creato può arrivare a distruggerci».
Fa capolino il contributo letterario del fiammingo Michel Faber per raccontare lo sguardo romanzato di un uomo che da vecchio ricorda la band musicale di gioventù, Paradosso, attraverso le parole di una sua intervista letta dalla moglie. Proprio come un vate emise: «Invecchiando si diventa allegri perché si ha meno futuro e meno speranze» (P.P. Pasolini in risposta ad Enzo Biagi) così il lui non può più suonare quella musica venduta come portatrice di un nuovo modo di pensare. Oggi, da padre di famiglia, gli è impossibile urlare: «L' unico modo efficace in cui potrete contribuire a cambiare le cose è smettere di procreare», può e deve solo abbracciare la sua bimba,impaurita dall'incubo della realtà.
Dopo flash apocalittici stemperati dall'ironia, una voce si eleva per traghettare gli spettatori verso la conclusione, cullandoli dolcemente tra i ritmi del fado (è un genere di musica popolare tipicamente portoghese ndr). Teresa Salgueiro & Lusitania Ensemble pulsano di linfa vitale coinvolgendo il pubblico in un'armonia primordiale. «Il fado non è né allegro né triste, è la stanchezza dell'anima forte» (F. Pessoa).
Mi sembra doveroso - visto ciò che amiamo e di cui ci occupiamo principalmente – concludere con quello che, invece, è stato l'ouverture: il monologo spassoso di Lella Costa sul paradosso del lavoro dell'attore nel gioco di parole finto, vero, falso. «Mestiere molto ambìto, al punto che molti si dichiarano pronti a sacrificarvi la propria vita, o almeno a farne il centro della propria esistenza». Come negare quanta verità ci sia in questa considerazione nel tempo in cui il comandamento è "the show must go on" e tutti muovono una benevola (si spera) invidia verso questo lavoro?
Superate le teorie impeccabili di Diderot, memori del rapporto realtà-finzione argutamente smascherato dal buon principe di Danimarca, continuano gli interrogativi su «Qual è l'ingrediente indispensabile per fare un buon attore, un grande attore». Grati al Novecento per la figura dell'attore-autore, un passo si è compiuto: nel sogno di finzione, l'attore diventa importante ed amato per cosa dice, non solo per come lo dice. Pur essendo tutti "attori" della nostra vita, il sacro fuoco è per quei pochi capaci di far coincidere forma e sostanza nel loro essere uomini-attori.
«Oggi, e più che mai, è importante che si continui a farlo questo mestiere, a lavorare bene».

Teatro Dal Verme, Milano – 13 luglio 2010

31 / 08 / 2010



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