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Il passaggio di staffetta tra vita e morte


di Maria Lucia Tangorra;

"Maratona di New York"

Testo di: Edoardo Erba;

Regia: Cristian Giammarini e Giorgio Lupano;

Cast: Cristian Giammarini e Giorgio Lupano;

«Perché corriamo?» è il leit-motiv che dal mero campo agonistico abbraccia il senso universale della vita in "Maratona di New York", scritto nel 1993 da Edoardo Erba (uno dei pochi drammaturghi contemporanei in Italia ndr) e riportato sul palco dell'Elfo Puccini da Cristian Giammarini e Giorgio Lupano.
Nel buio della sala si palesano le sagome dei protagonisti introdotte dalle note dei Sigur Rós, tracce guida per il pubblico nel suggerire sensazioni oniriche e visionarie.
Un tonfo quasi d'interferenza e l'allenamento può iniziare. Due amici fraterni si preparano per partecipare alla Maratona di New York, meta capace di unire due opposti modi di affrontare l'esistenza. Mario (C. Giammarini), l'anello apparentemente più debole, votato alla filosofia zen e facile ai ricordi nostalgici dell'infanzia, segue devotamente Stefano/Steve (G. Lupano), l'intransigente, l'uomo per cui o è bianco o è nero («le cose o si fanno bene o non si fanno» ndr) e che ha votato un anno della sua vita alla causa della maratona.
Corrono l'uno accanto all'altro, si sorpassano a vicenda in una simmetria che detta il ritmo della narrazione; si raccontano passando dagli argomenti prettamente maschili (donne, sesso, partite) a quelli morali e spirituali. Stefano assume il ruolo di chi insegna che «la vita è un incubo […] e devi farglielo sentire che è un incubo», non son concessi stop, ma solo stringere i denti per portare a casa il risultato. Edoardo Erba nelle pieghe del testo e gli interpreti operativamente sul palco riescono ad elevare uno squarcio apparentemente quotidiano, dal sapore banale, ad una riflessione altra coinvolgendo lo spettatore e fotografando la realtà dominata da stereotipi. «Assecondando le suggestioni dell’autore abbiamo cercato di portare la concretezza e la quotidianità dei dialoghi in un territorio iper-reale, allucinato, dove ogni sentimento, ogni pensiero, ogni parola possa vivere la sua vita come se fosse la prima e forse anche l’ultima volta» (dalle note di regia ndr).
Due poli contrari e complementari vivono la maratona della vita per «entrare nel mito» - Stefano – e per divertirsi – Mario, guidati dalla parola d'ordine «Go!».
Chi non si rifletterebbe in quell'imperativo categorico di voce martellante: «non possiamo deludere», schiacciati dall'idea dell'altro come qualcuno a cui dimostrare qualcosa.
L'attenta regia di Giammarini-Lupano ha deciso di dar forma al viaggio di scoperta quasi fosse l'inland empire di David Lynch. Scorrono sullo sfondo gli indizi di una memoria disorganica con cui fare ancora i conti (video di Massimo Federico); corre il firmamento stellato nel tentativo di unire la costellazione di Mario con quella di Steve.
Gli attori realizzano in scena la fatica fisica dei loro personaggi conferendogli spessore e trasmettendo la coscienza dei limiti umani. L'uno soffre pur di non ammettere a se stesso di aver spinto troppo, l'altro si rincuora sapendo che Stefano non è un mito invincibile.
"Maratona di New York" è una storia abile nel muovere i tasti giusti dell'arte e delle corde emozionali tanto da commuovere e far ridere/sorridere a distanza di una battuta secca.
Dal tunnel della notte una luce accecante illumina e scopre il velo della costruzione onirica.
Nel percorso esistenziale s'inciampa, ci si rialza spesso col dono di avere fianco a fianco chi ci vuol bene, ma bisogna essere «liberi di correre fino alla morte e liberi di fermarci» (replica Mario a Stefano ndr).

Teatro Elfo Puccini, Milano – 30 maggio 2010

28 / 06 / 2010



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