Grande successo per le repliche romane de Il Processo di F. Kafka, adattamento teatrale e regia curati egregiamente da Andrea Battistini tornato finalmente a teatro anche in Italia. La scelta di rispettare il testo originale, mantenendo una fedeltà più che esaustiva anche nel rendere dialoganti molte parti narrate, risulta assolutamente riuscita.
In questo romanzo più ancora che nelle altre sue opere, Kafka usa uno stile che serve lo scopo di rendere la narrazione spersonalizzante e angosciosa. I personaggi sono spesso indicati in modo parziale e criptico; dello stesso protagonista non viene mai detto il cognome. La trama presenta diverse contraddizioni, che non sono però da attribuirsi all'incompiutezza dell'opera: in effetti, esse sono introdotte ad arte per mettere in dubbio qualsiasi punto di riferimento certo per il lettore e trascinarlo così in una condizione quasi onirica. E l’allestimento di Battistini, fortemente coadiuvato dalla suggestiva scenografia di Carmelo Giammello e dallo stimolante disegno luci, nonché dalla scelta musicale e da tutti i suoni sinistri che la accompagnano, tende esattamente a tale dimensione onirica, impalpabile e surreale. L’atmosfera ricreata è perfetta, l’ambientazione, così apparentemente grigia e indefinita, è metafora di tante interpretazioni possibili. Mi piace per esempio, pensarla come un luogo della mente, una grande scatola con i tanti cassettini: memoria, immaginazione, concretezza, illusione, paura, desiderio, obbedienza, volontà, ecc. tutte le possibili porte d’accesso ai sentimenti… Dal sottosuolo, dall’alto, dai lati della scena, personaggi, musica, oggetti tagliano continuamente lo spazio componendolo e ricomponendolo in situazioni e ambientazioni diverse. Dagli squarci di una pedana, dalle pareti, da scale e carrelli mobili, da porte e passerelle, si materializzano decine di personaggi che ossessivamente sembrano tagliare la strada al protagonista: Josef K. negandogli ogni via di fuga. Un dedalo di ombre, suoni, volti, corpi, parole, si dipana attorno a K. con una forza centrifuga inarrestabile, fino a triturarlo, facendogli perdere il senso della realtà, di ciò che è possibile e di ciò che è surreale.
Il protagonista, Josef K., è uno stimato uomo d'affari che lavora per un'importante banca. Un giorno all'improvviso, due uomini si presentano per arrestarlo, peraltro senza limitare in alcun modo la sua libertà di azione. K scopre così di essere oggetto di un oscuro processo, pensa ad un errore e decide di intervenire subito per risolvere lo spiacevole malinteso. Il protagonista cerca di combattere la macchina processuale, cervellotica e irrazionale, con la logica e con quel pragmatismo che gli deriva dal suo lavoro presso la banca. È la contrapposizione della logica contro l’irrazionale, del conscio contro l’inconscio, della realtà contro le proprie paure. Il signor K. muore in conseguenza di una condanna inflittagli da un tribunale che non ha mai voluto informarlo delle accuse a suo carico e che non gli ha mai consentito di attuare una vera difesa per il suo presunto crimine, qualunque esso sia stato. La sua uccisione viene effettuata da due agenti che svolgono il loro incarico come fosse una faccenda quotidiana e banale e il protagonista prima di morire, pensando alla sua squallida morte, esclama Come un cane!.
Straordinaria l’interpretazione degli attori, tutti molto convincenti ed eclettici. Soprattutto Totò Onnis che si divide in tutte le figure autorevoli, impersonando ora un commissario, ora lo zio-tutore, ora il giudice, e lo fa efficacemente senza sbavature, cambiando ritmo e registro in modo impeccabile. Così come l’interprete femminile Raffaella Azim, che rappresenta l’intero immaginario femmineo di Kafka, in un rapporto difficile e frustrante. Il risultato è di grande effetto in quanto contribuisce a rendere tangibile il senso di progressiva alienazione del protagonista, interpretato perfettamente da Giovanni Costantino, preciso, misurato, semplice, assolutamente credibile nel suo movimento spontaneo e naturale, che si contrappone al muoversi volutamente innaturale degli altri personaggi, ciò contribuisce ad accrescere l’estraneità del povero Josef K. da tutto quanto lo circonda. Soltanto un cast così capace espressivamente poteva rendere l’effetto desiderato. Tra le scene di grande effetto, oltre all’impatto iniziale con la scenografia e le sue varie trasformazioni, sono sicuramente l’apparizione del direttore di banca, che compare come un burattino in alto, in un quadro molto leggero ma incisivo; l’ingresso del commissario, esilarante nei suoi movimenti da “pantera rosa”; la visita al pittore Titorelli in uno spazio senz’aria soffocato dai bauli, oggetti e bambole-automi dall’andatura sghemba con questa profonda voce fuori campo, che rappresenta “la grande assenza”; e ovviamente il monologo di K. nel suo discorso al tribunale, quando si rivolge al pubblico affermando che la sua lotta non è di natura narcisistica: egli lotta anche per coloro simili a lui per ‘consanguineità di pensiero’ di cui intuisce l’esistenza, che sono stati e sono processati ogni giorno, perché non vogliono rinunciare al loro pensiero inconscio e artistico, in qualche modo“altro” rispetto alla”norma”: “Quello che mi è accaduto – dice K. - è il segno di un modo di procedere che viene adottato a danno di molti. Ed è per costoro che io sono qui e non per me”.
Grande merito sicuramente alla regia, alla coerenza stilistica ed espressiva, alla perfetta mescolanza degli elementi studiati ed incastrati mirabilmente per la resa visionaria e simbolica che si desiderava ottenere, con sapienza scenica un bell’omaggio a molto teatro del Novecento con i suoi grandi maestri.
portale di Federico Pontiero (TS)
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