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Il ritorno del 'figliol prodigo' mancato


"Giusto la fine del mondo"

Testo di: Jean-Luc Lagarce;

Regia: Luca Ronconi;

Cast: Riccardo Bini, Melania Giglio, Pierluigi Corallo, Francesca Ciocchetti, Bruna Rossi;

Recensione di Maria Lucia Tangorra

Una lingua musicata e al contempo sorda nel riecheggiare dell’animo del characteur a cui la si rivolge; rimbomba inconsapevolmente, all’inizio, in noi spettatori. Questa la cifra del drammaturgo francese Lagarce, portato in auge in Italia grazie al maestro Luca Ronconi, prima rapportatosi col rebus de “I pretendenti” – la cui regia passò in un secondo momento al giovane Carmelo Rifici – ed ora con il capolavoro di mise en scene “Giusto la fine del mondo”.
Louis (Riccardo Bini) fa capolino presso la sua famiglia dopo anni perché ha il presentimento che l’anno seguente sarà il suo turno di morire ed è lo stesso protagonista ad informarcene nel prologo.
La pièce si sviluppa nell’arco di 2ore in 14 scene, incorniciate da Prologo ed Epilogo ed inframmezzate da un intermezzo, sipario a posteriori della morte di Louis. L’autore descrive il paesaggio della società, della prima forma di comunità che incontriamo venendo al mondo: la famiglia, con una velata accusa morale. Egli si serve dei classici, tra cui emerge tra tutti l’influenza di Ionesco e il gioco dell’assurdo beckettiano, ma li scarnifica, ne mantiene la logica, sgrammaticandoli con cesure, ellissi, ripetizioni e ritorni di parole. Un’incomunicabilità familiare rappresentata attraverso una serie di monologhi apparentemente fini a se stessi, ma per Louis c’è sempre un interlocutore - che sia il pubblico o il familiare immaginario, per gli altri componenti si tratta di <<tentativi di farsi rispondere>>, come ben enuncia Ronconi.
Il traduttore, Franco Quadri, è riuscito nell’ardua impresa di trasporre la sonorità francese nella lingua italiana senza perdere il ritmo insito ed insistito da Lagarce.
Registicamente impervio da rendere in quanto l’autore fornisce un’ambigua indicazione temporale, <<una domenica, evidentemente o forse ancora durante quasi un anno intero>>, ma il maestro assistito da un gruppo di attori compatti e professionalmente maturi nel rendere una parola defraudata, vi riesce a pieno.
Una scenografia minimalista (Marco Rossi) di un salotto borghese composto da due poltrone ed un tavolo scuro corredato di sedie; l’abito (Margherita Baldoni) della madre in particolare, nero, sembra voler rendere e il lutto di un abbandono del figlio anni addietro e una premonizione della morte futura. Ci si trova di fronte ad un teatro dell’intimo, alla commedia della desolazione umana, tocca le corde più recondite e che non si vogliono vedere; d’impatto lo si avverte estraneo, richiede una grande resistenza di ascolto, di visione e soprattutto di abbandonare i nostri schemi di unità aristotelica tradizionali e di assistere all’atto di ciò che noi siamo in parte. Un senso di tristezza e commozione aleggia per il “non detto”, per un pensiero talmente forte da non poter essere espresso. Noi, con gli occhi spalancati di fronte alle nostre paure, frustrazioni, proiezioni casalinghe e ancor di più davanti alla sordità di e verso l’altro.
A noi la libera scelta se cogliere l’invito rivolto dal regista: << Gli spettatori sono invitati non a cercare di capire ma semplicemente a cercare di vedere il fenomeno che ha luogo in palcoscenico. Vedere è sufficiente a conoscere: la pretesa di capire, per questa volta, può anche restare in secondo piano…>>

Lo spettacolo resta in scena, al Teatro Studio di Milano, fino al 9 Aprile 2009

Per informazioni: www.piccoloteatro.org

03 / 04 / 2009



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