"IL VELO NERO DEL PASTORE" di Romeo Castellucci scuote La Fenice di Senigallia
di Cristina Squartecchia;
.....volevo vedere. Imparai così a lasciarmi guidare dallo sguardo. (Gilles Clément);
Assistere ad uno spettacolo della Socìetas Raffaello Sanzio è come fare un viaggio immaginifico dentro un tunnel di fotogrammi animati, dove la potenza espressiva delle immagini, la puntualità del suono e delle azioni restano impresse nella mente dello spettatore sollecitando riflessioni a lungo termine. E’il segno distintivo che Romeo Castellucci, dal lontano 1981, ha impresso sulla scena teatrale contemporanea con Chiara Guidi e Claudia Castellucci. Insieme hanno definito negli anni una scrittura scenica che ha aperto la strada ad un linguaggio multimediale dove la percezione, intesa a livello globale, approda nei territori sconosciuti della mente umana. Senza alcun affidamento alla parola, all’allusione, al commento, alla narrazione e a tutto quel corredo di elementi costituivi del teatro tradizionale, Romeo Castellucci cerca nella pratica visiva la forza motrice del suo dire. Come in tutte le sue pièces ad alto taglio sensoriale, il regista romagnolocoglie nella parabola de “Il velo nero del pastore” di Nathaniel Hawthorne (1836) un pretesto per proseguire in quella ricerca duplice tra lo svelare e il celare.
La scelta da parte del pastore Hooper di occultare il proprio volto a se stesso e alla sua comunità di riferimento, costituisce un segno forte di autonegazione, che desta scalpore, disappunti e perplessità, scatenando un corto circuito. Il non volersi più rivelare fino alla sua morte, senza spiegarne il motivo, determina un isolamento, rappresenta una barriera per la sua gente che non comprenderà mai le ragioni sottese a tale gesto.
Da questo gap comunicativo s’insedia la pièce, presentata sottoforma di prova aperta al teatro la Fenice di Senigallia, come evento speciale d’apertura alla stagione in programma. Di fronte ad una platea piena, o quasi, Romeo Castellucci si presenta al pubblico con toni timidi e gentili senza nascondere le varie turbolenze affrontate durante la lavorazione, ringraziando la consolidata fiducia con l’AMAT e la città di Senigallia per l’ospitalità offerta negli ultimi anni.
In un eccitato silenzio di attesa a sipario chiuso la prima americana di fari scende ad altezza pubblico in corrispondenza ad una banda sonora combinata con voci e strani rumori che invade i primi minuti della pièce. L’atmosfera sembra surriscaldarsi al crescendo sonoro di un crepitio che incombe sino alla rottura volontaria e calibrata di ogni singolo faretto che si frantuma a terra come scariche elettriche, scandendo il ritmo di un black out irreversibile. Con un incipit che da subito scuote e catapulta lo spettatore in uno stato di alta tensione sensoriale, la pièce mostra già il suo biglietto da visita: quello di non voler spiegare i legami con la parabola, ma lasciarli vedere scorrere davanti agli occhi del pubblico.
Dall’apertura del sipario lo spettacolo si rivela come in un processo fotografico in movimento, in cui le scene via via realizzate affiorano lentamente. In progressivo divenire le figure si definiscono attraverso un gioco di luci in grado di creare delle zone d’ombra, di occultare, di modellare, chiarire e confondere. Tra visioni nitide ed ora sfocate, si delinea una farfalla, immobile su un spazio bianco, caratterizzata da enormi ali sulle cui estremità sono disegnate due grandi occhi che sembrano scrutarci e interrogarci. Castellucci altera le scene, trasforma lo spazio d’azione in un cantiere aperto avvolto da una nube di fumo mentre si abbozza la costruzione di una gabbia dentro la quale viene imprigionata la farfalla. L’insetto citato si fa vittima e carnefice del corto circuito in atto, come lo stesso pastore Hooper lo è per la sua autonegazione nei confronti della comunità. Le figure e le visioni si susseguono come chiari segnali che non alludonoad altro se non a quello che sono sulla scena, in un complesso intreccio di suoni e luci che confluiscono verso un’unica direzione. Dal fondo una locomotiva a vapore avanza lentamente falciando la farfalla e poi arresta il suo incedere sul ciglio del boccascena: s’impone allo spettatore come uno strano mostro, un gigante che incute spavento. Scarica la sua tensione di vapore rivolgendosi al pubblico per poi retrocedere e scomparire: un sorta di atto d’accusa alle conseguenze scabrose di una miopia culturale che troppo spesso grava sulla condizione umana. La scena finale cede il passo ad un’immagine apocalittica: un vortice violento di forze inaudite si scatenano dietro un telo. La visione si confonde tra tempeste, catastrofi naturali, eruzioni vulcaniche e tornado, che spazza tutto via. Uno scheletro umano viene fatto strisciare come residuo, o peggio, fossile chiudendo così la pièce.
Senza alcuna connotazione spaziale o temporale, lo spettacolo è una scossa nervosa che interroga e spinge verso l’ignoto in quella zona ultraemotiva, dove la soggettività offre possibili, ma non esaustive risposte alla visione.
Teatro La Fenice, Senigallia (AN) - 4 Novembre 2011
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