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L'Amleto del tragico sberleffo innesca il corto circuito dell'essere o non essere


di Maria Lucia Tangorra;

Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche;

Testo di: Filippo Timi;

Regia: Filippo Timi e Stefania De Santis;

Cast: Filippo Timi (nella foto di scena), Paola Fresa, Lucia Mascino, Luca Pignagnoli, Marina Rocco;

«Io sono il pallido prence danese/Che parla solo, che veste a nero» e la filastrocca di Petrolini prosegue scanzonata nell'accogliere il pubblico, indirizzandolo verso la chiave di commedia di cui si veste la tragedia in questo allestimento.
"Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche" di Filippo Timi con la regia di F. Timi e Stefania De Santis rilegge uno dei classici shakespeariani per eccellenza nel solco dell'attore artifex Carmelo Bene, del regista-insegnante per Timi, Giorgio Barberio Corsetti, dando libero sfogo alla sua indole istrionica mista a fantasia visionaria.
La trappola per topi (titolo del lavoro messo in scena dalla compagnia assoldata da Amleto nel dramma ndr) diventa il teatro, in un gioco di scatole cinesi in cui la struttura di base del classico resta, ma pian piano viene scardinata e il "topo-Polonio" sembra diventare scambievolmente l'attore, il personaggio, lo spettatore.
«Su questo palcoscenico reciterò lo spettacolo della mia follia» asserisce il "nuovo" Amleto. Sì perché il principe di Danimarca, forte di una follia di metodo infusa dal suo autore, si diverte come un giullare a danzare tra le maglie della storia scritta per lui; ha coscienza che di lì ad un'ora morirà e scantona, provocando, ogni maschera e fantasma del suo "ingorgo di parenti" con l'intento di interrompere il "supplizio" di andare in scena ogni sera ormai da quattrocento anni.
Il giovane attore e ideatore spiazza per l'originalità con cui riprende un ruolo agognato da ogni attore almeno una volta nella propria carriera, scardina le fondamenta innestandovi digressioni di toni dal comico al grottesco al drammatico-romantico, "tipi" che riappaiono dagli anni '80, costumi seicenteschi con musiche che spaziano dal valzer funereo a "Comunque bella" di Battisti per concludere con la ricercata versione di Jimmy Scott di "Nothing compares to you".
Timi non viene meno ai nuclei peculiari della tragedia, anzi grazie alla sua perfetta e variopinta compagnia di attori, «denuncia le trappole del padre buono, della madre "puttana" (Lucia Mascino), dello zio maiale e di un'Ofelia (Paola Fresa), bellissima e spiritosa, che saprà farsi innocente e furba» (dalle note di presentazione). Scelta ancora più coraggiosa e al limite è lo smascheramento dei ruoli, il creatore-attore-creativo accompagna il suo doppio (Luca Pignagnoli) a ricevimento dalla madre a gambe divaricate sul trono, diventa regista e suggeritore dell'attore nel ruolo stereotipato dell'Amleto, esile e rannuvolato.
Il paradosso, sintomatico nel titolo, corre come un fil rouge lungo tutto la pièce toccando punte fortissime di esasperazione. Si parte dalla tradizione letteraria - e non - per andare avanti, oltre il percorso intrapreso da Carmelo Bene da Shakespeare a Laforgue verso una strada in cui Timi pone al centro il vizio della società dei potenti del '600 e dell'uomo che era ed è, portandolo al parossismo con l'esplicitazione della macchina teatrale. In alcuni momenti gli attori appaiono improvvisatori, partecipi del riso che l'altro suscita mentre recita, eppure sono incidenti calcolati, studiati tanto da risultare spontanei.
La colpa macchia come un marchio i volti e gli abiti dei protagonisti, torna preponderante nel drappo che avvolge il trono dei reali-regali. Lui, il burattinaio che giocherella con palloncini neri sul filo della vita, appresa la parte, è un «cinghiale che sanguina morte».
Uno spirito aleggia durante lo spettacolo: l'arte. Incarnata da Marina Rocco ora frivola nel sognare l'Oscar «qualunque cosa succeda» ora Barbie, si estende complessivamente accendendosi di un linguaggio diverso, della ripresa di un teatro del dire e non del detto e delle sfumature di cinque attori, ognuno con il proprio cono di luce che illumina le qualità arrivando ad ironizzare su debolezze (vedi la ricerca di fama ndr) e difetti (il balbettio di Timi ndr).
Bene scriveva: «la scrittura di scena è chiaramente affidata alla superbia dell'attore in quanto soggetto, non in quanto io e immedesimazione in un ruolo» e questa rappresentazione è un valido ed originale esempio di come questo insegnamento sia ancora vivo e possibile.

Teatro Franco Parenti, Milano – 16 marzo 2010

Proseguirà la tournèe fino a giugno 2010

30 marzo: Verona, Teatro Camploy

31 marzo: Venezia Mestre (VE), Teatro Toniolo

1 aprile: Padova, Multisala Pio X7 aprile: Pavia, Teatro Fraschini

9 – 10 aprile: Bari, Teatro Piccinni presso Teatro Kismet OperA

11 aprile: Manfredonia (FG), Teatro Comunale

dal 22 al 27 giugno: Roma, Teatro India


30 / 03 / 2010



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