La chiave della commedia apre lo scrigno dei sentimenti ''ammalati'' La malattia della famiglia M;
Testo di: Fausto Paravidino;
Regia: Fausto Paravidino;
Cast: Fausto Paravidino, Jacopo-Maria Bicocchi, Iris Fusetti, Emanuela Galliussi, Nicola Pannelli, Paolo Pierobon, Pio Stellaccio;
«Questo testo è dedicato a tutti quelli che volenti o nolenti, consapevoli o meno, col loro parlarmi, scrivono le mie battute. Dati gli argomenti qui trattati, vorrei inoltre dedicare la presente all'opera di alcuni signori medici, nelle persone di Cechov, Céline e dei miei due beneamati genitori». Si potrebbe "paradossalmente" sintetizzare così lo spirito che permea "La malattia della famiglia M" di Fausto Paravidino, proprio a partire dalla sua personale dedica. Il testo e l'allestimento scenico, infatti, incarnano il modo che l'autore-attore-regista assume nell'approcciarsi alla realtà e nel riprodurla sotto la lente d'ingrandimento del teatro, guidato da alcuni dei suoi punti di riferimento umani ed artistici. Sconfessando l'appellativo attribuitogli in questi anni di "scrittore generazionale", Paravidino inscena una commedia sulla famiglia, consegnando ai lettori e spettatori un frame della vita di oggi come se fosse un quadro verista dipinto, a tratti, con toni e colori espressionisti. Il punto di vista adottato è quello del dottor Cristofolini (Paolo Pierobon). Questi, pur essendo «medico di campagna», è l'ascoltatore inerte dei cittadini della provincia ed anche i nostri personaggi gli confesseranno le proprie malattie. La Malattia, sia sul piano clinico che su quello psicologico, denuncia come ciò che appare normale abbia in sé dell'anormale. Nell'occhio di bue un nucleo famigliare: il padre Luigi (Nicola Pannelli), due sorelle, Maria (Emanuela Galliussi) e Marta (Iris Fusetti) ed il fratello minore, Gianni (lo stesso Paravidino); su di loro l'ombra di una moglie-madre assente. Chiudono il quadro, come unico legame con l'esterno – a parte il medico, due amici, Fulvio (Pio Stellaccio) e Fabrizio (Jacopo-Maria Bicocchi), a cui è assegnata la parte più farsesca della storia. La morte di chi non c'è più è viva nella funzione assunta dalla sorella maggiore di darsi alla famiglia - balia per il padre e donna factotum per i fratelli e proprio «l'assenza di genitori fisici e spirituali obbliga questi personaggi ad una libertà e ad una responsabilità che loro vedono solo vestita da solitudine» (note di regia). Un leitmotiv accompagna l'intera parabola: "Mi ami?", "Mi vuoi bene?", una domanda ricorrente tra fidanzati, sorella e sorella, sorella e fratello, padre e figlio/a, tutti in cerca di una conferma alle proprie insicurezze. Gli attori sono bravissimi nel trasmetterci come una risposta affermativa, quale può essere "sì, ti voglio bene", lasci impassibile chi lo afferma e chi lo riceve, emblema di un'incomunicabilità di fondo. La drammaturgia gioca sui ruoli, non solo tra Fulvio e Fabrizio come se fossero "due menaechmi" di oggi, ma pone anche degli interrogativi sulla decisione di annullarsi per sostituire la figura materna, su un padre che chiede di stare tutti insieme intorno al tavolo - eppure le sedie intorno al tavolo sono solo tre – e fa la voce grossa cercando di dar tono ad un'autorità inesistente. Fausto Paravidino - a ben ragione considerato un "caso" della drammaturgia italiana contemporanea – coagula ottimamente, anche sul piano registico, tutti i temi a lui più cari, con un fare da sceneggiatura cinematografica, ma servendosi dell'impatto teatrale. Sembra di intravedere il paesaggio beckettiano di "Waiting for Godot" in quello sfondo autunno-inverno (Laura Benzi), specchio della desolazione intima dell'uomo. Gli alberi-scheletri diventano simbolo di quelle anime monadi ed il passaggio climatico foschia-temporale-neve segue gradatamente il raggelarsi e sciogliersi dei nostri personaggi. Una pièce delicata, in grado di far passare dal riso alla commozione fino al silenzio, portandoti negli occhi quelle frasi monologanti e nel cuore l'amaro della non risposta - «lo so che esisti, ma non so chi sei?».
Teatro Litta, Milano – 19 gennaio 2010
Maria Lucia Tangorra
Lo spettacolo resterà in scena al Teatro Litta di Milano fino a domenica 31 gennaio 2010
29 / 01 / 2010
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