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La danza delle parole-verità di Roberto Saviano


di Maria Lucia Tangorra;

La bellezza e l'inferno;

Testo di: Roberto Saviano;

Regia: Serena Sinigaglia;

Cast: Roberto Saviano;

Non è un attore ed ha l'umiltà di affermarlo non appena appare sul palco definendosi «abusivo del teatro», eppure Roberto Saviano possiede l'intelligenza acuta di riconoscere il valore profondo dello strumento e del luogo teatro – intuizione che invece molti attori (propriamente detti) dimenticano.«Il teatro è uno spazio altro […]. Si sceglie di discutere dei nuovi percorsi, guardandosi in faccia, sentendo rimbalzare le proprie parole sui corpi di chi ti è di fronte. Sentendosi con l'olfatto gli uni con gli altri».
In scena al Teatro Grassi dal 16 al 28 febbraio Saviano si è reso corpo e voce delle proprie parole scritte, avendo come humus del suo monologo la raccolta di articoli dal 2004 al 2009 racchiusi nel suo secondo libro "La bellezza e l'inferno". Commuove entrare a diretto contatto con la semplicità del cuore di un ragazzo-uomo di trent'anni; assistere dal vivo - e non più attraverso il filtro dello schermo televisivo, della carta stampata o della rete – a quella mostrazione di umano è disarmante a tal punto da creare un religioso silenzioso (purtroppo non sempre scontato). Il «militante della bellezza» (così lo definisce la regista Serena Sinigaglia ndr) incontra grazie al teatro l'Altro e noi altri, recepiamo questo suo regalarsi con un'empatia partecipata. Esordisce dedicando la serata a due ragazze iraniane: Neda Soltani e Taraneh Mousavi, la cui "colpa" è stata quella di essere donne e di manifestare durante i disordini di Teheran del giugno scorso; ma l'onta più grave e profonda è la loro bellezza. Lo scrittore con una lucidità razionale apre gli occhi su come la «bellezza è pronta a inchiodare», spaventa il potere tanto da diventare causa di morte del singolo nella massa dei "ribelli". Si prosegue toccando letteralmente con mano l'arma che più di tutte ha ucciso: l'AK47, inventato da Michail Kalashnikov, costruendo un parallelismo con la dinamite - creazione di Alfred Nobel. Qui si fa palese il paradosso della bellezza e dell'inferno: come dallo stesso uomo, ideatore di una delle armi più distruttrici della storia, per un senso di colpa, possa nascere il Premio Nobel, encomio simbolico verso quelle personalità che han reso migliore la vita. Sembra quasi di essere in quelle terre quando Saviano elenca la carneficina di Castel Volturno, 16 persone morte, sotto il silenzio dell'indifferenza dei media e la paura dei nativi di quei posti. Egli ha la capacità di dare «cittadinanza universale» a problemi venduti come particolari, specifici della zona, dà loro colori, toni, sapori crudi e amari non da romanzo, ma da vita vera, vissuta, scalfita nella pelle. Roberto Saviano però, non è solo il giornalista che scrive di mafia, di guerre estere, è anche lo scugnizzo napoletano imbevuto del mito di Maradona e con la forza di poeta vate di altri tempi ha gli occhi per vedere oltre, individuando il talento anche in chi apparentemente sembra altro dal "normale". Con un percorso di quasi due ore prende per mano – ed anche di pancia talvolta – lo spettatore, facendogli attraversare le vite di uomini testimoni di energia vitale, punti luminosi a cui per primo lui guarda. Ken Saro-Wiwe, il poeta nigeriano impiccato dal governo per le sue parole o Varlam Salamov, prigioniero per più di vent'anni nei gulag, perseguitato dal regime perché decise di raccontarli ne "I racconti di Kolyma".
La parola libera l'anima dell'autore, rischiara la coltre nebulosa della realtà, ma allo stesso tempo viene usata come capro espiatorio dall'orrore, dal potere, lo stesso che esiliò Miriam Makeba per "Pata-pata". Si può togliere a una donna il diritto di vivere nella propria patria perché canta di una danza? Gli esempi dei talenti si chiudono con Lionel Messi, giocatore prodigio del Barcellona sull'icona del Diego nazionale, e del pianista Michel Petrucciani – la parola tradotta in note musicali.
Saviano racconta tutte queste storie intrecciandosi con loro, altalenando lo sguardo di giornalista da inchiesta a quello del bambino incantato dalle prodezze dei grandi. Affabula con i suoi verba - aiutato dal supporto video e musicale - dando forma alla verità che tanto lo ossessiona nel luogo deputato all'invenzione e alla fantasia ma che più di altri si conserva puro e intatto. Si muove tra un leggìo (pur leggendo pochissimo), una sedia e il proscenio, guidato dalla delicata regia della Sinigaglia con cui sembra creare uno spettacolo work in progress. Nulla sembra già scritto, imparato e recitato, ma il flusso che scorre, tuona nelle orecchie, assorbe il pubblico quasi fosse una drammaturgia inventata sul momento, con una naturalezza veristica lodevole.
Ancora una volta Saviano ci parla, interpellandoci uno ad uno e lo fa utilizzando quegli episodi e quelle vite che sono scritte nella Storia di tutti, insegnandoci a farne memoria, senza renderli martiri, eroi perché quegli uomini e quelle donne non sono morti né continuano a combattere per immolarsi alla causa della buona morale. No! Loro, lui ci ricordano l'esistenza della bellezza, che «toglie territorio all'inferno».
«La bellezza non è solo tratto somatico, eleganza, luce, fascino. E' la capacità di far vedere ciò che si è. Assomigliare a ciò che si immagina, mostrare ciò che si è veramente» (da "La bellezza e l'inferno").

Teatro Grassi, Milano – 16 febbraio 2010

02 / 03 / 2010



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