La danza di Trisha Brown: dai grattacieli al teatro Un atteso evento all’interno del programma RED (Reggio Emilia Danza) e di "Aperto Festival" è stato quello della Trisha Brown Dance Company, impegnata dal 28 al 31 di ottobre con una serie di performances e spettacoli. La coreografa americana, icona della postmodern dance, ha presentato presso la Fondazione Maramotti i suoi Early Works e al teatro Valli l’intramontabile Set and Reset (1983), in prima italiana You can see us (1995) ed il recente L’amour au théâtre (2009). La Brown, muovendosi nel solco della sperimentazione e dell’avanguardia nei tumultuosi anni 60’ e 70’, quando preferiva creare la sua danza nei luoghi non convenzionali come tetti, strade e parcheggi del quartiere Soho a New York, ha segnato la storia della danza contemporanea. La sua creatività corporea, spinta verso il rischio, ha messo in discussione le tradizionali concezioni del balletto e della danza moderna, generando forme in movimento leggere, rapide e molteplici. Il pubblico di Reggio Emilia ha percepito ed apprezzato tutto questo restandone abbastanza colpito. Il sipario del Teatro Valli si alza e via via si scorge un prisma sul quale sono proiettate immagini in bianco e nero: è Set and Reset, traducibile in "Composizione e Scomposizione", questo capolavoro senza tempo ad aprire la serata. Sono passati ormai 26 anni dal suo debutto, eppure la coreografia e gli elementi di cui si compone ne fanno un’opera ancora attuale. Nata all’interno del ciclo "Strutture molecolari instabili", la pièce è tutta giocata sul visibile/invisibile, equilibrio/disequilibrio. Una danzatrice inizia a camminare sul fondo a sinistra della scena, mentre dal lato opposto sono visibili da dietro le quinte tre danzatori che si preparano per una presa ed un pas de deux. Da qui la danza si sviluppa nei punti decentrati dello spazio scenico, corse, agganci di prese, spesso imprevedibili, brevi momenti di unisono che improvvisamente si compongono e si ricompongono, nelle zone perimetrali della scena. Le quinte mobili e trasparenti lasciano intravvedere quel momento di azione che solitamente è nascosto al pubblico, quasi a voler estendere e prolungare lo spazio scenico. Così Trisha Brown esplora nuovi raggi d’azione, decostruendo il corpo del danzatore per rendere una danza fluida e agile, disarticolata e policentrica come se il peso e la gravità non esistessero. I sette perfomers si muovono ad una velocità che non conosce sforzi e tensioni, entrando ed uscendo dalla danza con totale disinvoltura, in cui il tutto fluisce con strutture dinamiche da raffinate soluzioni compositive. La partitura, confezionata da Laurie Anderson, quest’artista multimediale che combina il suo violino con suoni elettronici e loop vocali, amplifica l’instabilità dinamica che caratterizza la coreografia. I costumi e le scene, disegnate da Robert Rauschenberg creano una sintonia cromatica tra il bianco e grigio con le immagini proiettate sul prisma. You can see us, è la seconda pièce che la Brown ha presentato nella serata a Reggio Emilia. Si tratta di un pas de deux, del 1995 danzato dalla coreografa insieme a Bill T. Jones e l’anno successivo insieme a Mikhail Baryshnikov. Per questa occasione la collaborazione con l’artista visivo Rauschenberg si consolida, poiché a lui vengono affidate non solo le scene ed i costumi, ma anche la partitura musicale. Non siamo di fronte al tradizionale pas de deux fatto di prese, contatti e fusioni di corpi in movimento: tutto questo è assente. I due danzatori adiacenti ma distanti l’un l’altro, sviluppano la coreografia muovendosi su traiettorie parallele e disegnando linee e forme in movimento specularmente. Una luce di color arancio, che condensa l’atmosfera, avvolge i due danzatori, i quali con abiti sui toni del bianco spiccano e contrastano la scena nuda. La distanza tra i due corpi sembra azzerata dai giochi di reciprocità, dall’intesa, dagli sguardi e dall’intensità dell’azione danzata che, nell’insieme, crea un’atmosfera densa di tensione da penetrare lo spettatore. Il programma si conclude con L’amour au théâtre, la coreografia più recente della Brown. Ispirata all’opera Hyppolite e Aricie di Jean-Philipe Rameau, la pièce è la testimonianza delle ultime ricerche orientate verso l’opera e la musica barocca. Un fondale bianco, sul quale è riportata un sorta di circonferenza dai toni blu, fa da sfondo alla coreografia, intonandosi con i colori dei costumi tra l’arancio, il bianco ed il grigio disegnati da Elizabeth Cannon e che insieme concorrono a creare una scena astratta. La struttura coreografica è estremamente variegata per le soluzioni dinamiche e compositive che si generano con modalità sempre nuove. I danzatori, impegnati in duetti e terzetti che si legano e si slegano con toni giocosi, sembrano divertirsi nelle inattese e repentine azioni danzate. Tutto questo può alludere ad una sorta di omaggio della coreografa per il teatro, un luogo scenico, che in retrospettiva è stato preso in considerazione nella sua ricerca coreografica.
Cristina Squartecchia
14 / 11 / 2009
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