La luce del buco nero della morte scopre l'artificio della vita La morte di Ivan Il'ic;
Testo di: Raffaele Rezzonico tratto dal racconto di Lev Nikolaevic Tolstoj;
Regia: Claudio Autelli;
Cast: Giulio Baraldi,Fabrizio Lombardo, Valentina Picello, Giulia Viana, Francesco Villano (nella foto di scena il cast);
Un valzer in piena armonia con l'atmosfera della San Pietroburgo ottocentesca apre le danze della morte in scena. Il giovane regista Claudio Autelli sceglie di trasporre il racconto "La morte di Ivan Il'ič”, uno tra i più potenti risultati artistici dell'ultimo Tolstoj, proseguendo sulla scia di rivisitazione dei classici oggi e puntando sulla sua peculiare sperimentalismo di prospettive. Ivan Il'ič (Francesco Villano), giudice e consigliere di Corte d'Appello, in seguito ad una caduta – apparente causa – si ammala ed intraprende il suo "a tu per tu" con la Morte. Nella lunga agonia verso la fine si accorge che tutti attorno a lui fingono di non capire che sta morendo, non vogliono saperlo né sentirselo dire. «Macché intestino cieco! Macché rene! Non è una questione di intestino cieco o di rene, è una questione di vita e... di morte. C'era la vita, e adesso se ne sta andando, se ne sta andando e io non riesco a trattenerla così. Perché ingannare se stessi? Non è forse chiaro a tutti, eccetto che a me, che sto morendo». Tutto il suo mondo è una nebulosa fatta di menzogna e le sue urla di fronte alla realtà ricordano un sapore amaro. La moglie (Valentina Picello) orchestra a bacchetta i passi da ballerina della figlia (Giulia Viana) per il debutto in società, il medico (Giulio Baraldi) è occupato solo dall'analisi scientifica dei suoi sintomi ed infine il servo Gerasim (Fabrizio Lombardo) lo accudisce con dovizia. Questi è l'unico, probabilmente per un'istintiva pietà contadina, a non mentire, segue il suo consumarsi ed è il solo che gli rivela la verità: sta per morire. Il dottore gli prescrive cure, azzarda diagnosi e la moglie è capace solo di dire «fai quello che ha detto il dottore e vedrai che tutto andrà per il meglio». Vien da chiedersi se il meglio sia la guarigione da questa malattia improvvisa o lei, la morte liberatrice da quella «decenza» artefatta. La pièce pone l'accento sia sul piano drammaturgico (curato da Raffaele Rezzonico) che registico sull'incapacità di chi gli sta attorno di stare col malato, anche di chi dovrebbe amarlo incondizionatamente. Tolstoj rende fino in fondo, con le parole, le sensazioni e le esperienze del momento di trapasso, in cui la vita si annulla e davanti alla coscienza si apre il vuoto. Così, attraverso un sapiente gioco dell'uso della tenda e delle luci, sul palco si ricrea il salotto-camera mortuaria con i personaggi che incarnano dei ruoli ed il nostro protagonista che pian piano diventa larva. Ivan non è più in grado di badare a se stesso né fisiologicamente né psichicamente e man man che la morte si avvicina il «decoro» di quel sistema sociale si polverizza. Le strutture vengono scardinate, Ivan non può più (e forse non vuole) esercitarsi alla declamazione da enunciare in tribunale, non sa mangiare, lavare, vestirsi da solo; sarà solo straniandosi, guardandosi con gli occhi di Gerasim che si abbandonerà a lei. Degna di nota l'interpretazione di F. Villano, in particolare nel vivere, somatizzare il male di vivere del protagonista; non da meno V. Picello che riconferma la sua versatilità. Autelli manifesta nuovamente la sua mano attenta e la sua visione originale dei testi letterari, spicca il movimento creato con la tenda come se gli umani fossero ora ombre ora manichini ora proiezioni di Ivan. In alcuni momenti, però, il tempo di azione rallenta e perde di vigore ed incisività a discapito sicuramente delle interessanti idee registiche, non sempre messe a fuoco fino in fondo.Bisogna render merito certamente di una lettura fedele al grande scrittore russo, ma allo stesso tempo personale e moderna, coraggiosa nell'affrontare questo viaggio con e verso la morte, tabù intoccabile ai giorni nostri.
Teatro CRT, Milano – 17 gennaio 2010
Maria Lucia Tangorra
28 / 01 / 2010
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