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La nuova danza italiana: diversità a confronto


di Cristina Squartecchia;

Si prova sempre un senso di smarrimento e perplessità, quasi di angoscia ed estraniamento, di fronte a spettacoli di ricerca e sperimentazione di nuovi linguaggi sconfinanti su terreni incerti. Questo accade perché è un’abitudine assai comune quella di uscire dal teatro con il desiderio di portarsi qualcosa a casa, un significato, un senso compiuto della rappresentazione che si è afferrata e compresa, tale da dare senso di appagamento e al punto da dire "Bello e mi è piaciuto". Per il Teatro e la Danza, di quelli più estremi, non c’è alcun senso di compiacimento, il brusio di voci che si ode è "ma cosa voleva dire?", "se quella è danza anche io sono capace di farla!", aumentando così quella distanza che intercorre tra l’artista e lo spettatore. Questo è quello che è accaduto lo scorso 22 aprile al Teatro Sanzio di Urbino, dove è andata in scena "Nuova Danza Italiana", promossa dal network Anticorpi Explò, una vetrina di giovani coreografi emergenti che, nel solco della ricerca e della sperimentazione, mettono a punto un linguaggio ed una poetica personali presentando i loro lavori.
Ad aprire la serata sono state Andreana Notaro e Maria Paola Zedda con una pièce dal titolo "H10-H11 birthday party", un lavoro molto concettuale che punta ad esplorare l’intimità sulla scena che nel presente è in continuo mutamento. Sul fragore dell’haevy-metal due abbaglianti spot illuminano i loro due corpi stagliati sul fondo di un pannello nero. Le due performers rischiano, scegliendo la via della non danza, quasi impercettibili e lenti sono i passaggi eseguiti e funzionali per far assumere quelle pose e atteggiamenti di disagio ed "empasse", tipici dell’universo adolescenziale. La pièce scorre nei suoi venti minuti circa, in quasi totale assenza di movimento che contrasta con l’assordante musica che scuote le membra degli spettatori. Spicca nell’insieme l’esibizione del corpo, quasi provocatoriamente ostentata, sotto accecanti riflettori, che ricorda l’esposizione e la costante visibilità, specie di quello femminile, a cui esso è quotidianamente sottoposto, schiacciandone l’intimità. Recuperare e scoprire questo groviglio di emozioni celato sotto la nostra pelle senza la protezione della danza, o di un’azione precostituita, può servire a farlo emergere in modo incondizionato.
Successivo alla "forzata" staticità è stata la danza espansiva ed esplosiva di Michela Minguzzi, presentando "Unbalance". Un luce fioca taglia lo spazio scenico a metà e lentamente si distingue una figura sul fondo. Come l’illuminazione aumenta d’intensità Michela Minguzzi inizia a muoversi. Si dirige verso il boccascena dove il suo corpo sperimenta gli appoggi più improbabili, conferendole un equilibrio costantemente precario. Il linguaggio da lei stessa messo a punto è in preda ad un contrasto continuo tra equilibrio e disequilibrio, che le consente di coordinare movimenti fluidi e respirati, nonostante l’instabilità, in un corpo fragile e compatto allo stesso tempo, ma, consapevole di non conoscere limiti. In totale assenza di musica la Minguzzi concentra l’attenzione su di sé ed in particolare sul movimento, rafforzandone la dinamica ed il ritmo da lei dato, accompagnato dal suo respiro. L’ambiente scenico entro il quale l’artista si muove, enfatizza la sua caducità, marcando con un gioco di luci una soglia nello spazio oltre il quale tutto diventa stabile e al di qua del quale instabile.
Dopo la dinamica di "Unbalance" è la volta di "Se non ricordo male", un dialogo danzato presentato dal duo di NNChalance, composto da Eleonora Gennari e Valeria Fiorini. Le due artiste confezionano una pièce che scava nei meandri della memoria componendo una drammaturgia coreografica ben strutturata e sincronizzata. Ogni singola sessione di movimento è lavorata sulla percezione dell’altro, come in un "botta e risposta" che evoca immagini, situazioni e circostanze. Con un inizio senza musica i due corpi dettano il ritmo esplorando la scena in cui l’atmosfera si fa rarefatta. Sulle musiche del film "Le conseguenze dell’amore" il clima sembra addensarsi, poiché le voci vicine e lontane, presenti nella partitura musicale, amplificano il processo di richiamo della memoria. La danza si articola su doppi livelli, creando una sorta di controcanto gestuale tra l’una e l’altra che mantiene tesa una tensione, seppur, armonica tra i corpi. Funge da filo conduttore, come un racconto a ritroso, togliersi all’unisono e in momenti ben precisi nella pièce, prima le scarpe, poi i calzini ed infine ritrovarsi a piedi nudi negli ultimi minuti della coreografia, mantenendo la sincronia ritmica.
Chiude la serata "Your Girl" (nella foto una scena) di Alessandro Sciarroni con il gruppo Corpoceleste, un lavoro che, partendo dal desiderio di un amore corrisposto, indaga sull’esposizione del corpo come manifestazione innocente dei propri sentimenti. Due interpreti sono in scena ed immobili sulle note di un brano "pop", di cui una ragazza affetta da nanismo seduta sulla sua carrozzella ed un ragazzo al lato opposto. Dal totale silenzio lei si alza e si dirige verso il centro. Qui inizia a recitare gli ultimi versi de "La Bovary c’est moi" di Giovanni Giudici, appunto del "M’ama o Non m’ama", mentre si spoglia infilando i suoi indumenti in un bidone aspiratutto. Lo spettacolo prosegue e sarà poi la volta del ragazzo a recitare il "M’ama o non m’ama", fino a quando non si capisce che entrambi sono innamorati della stessa persona. Nella diversità dei loro corpi, ormai nudi, vicini l’un l’altro ed esposti agli occhi del pubblico, si crea un’immagine potente, che rischia di scivolare nel pietismo, soprattutto perché è sostenuta dalle note di "Non me lo so spiegare" di Tiziano Ferro, che in questo contesto acquisisce un nuovo significato. Ma Sciarroni, scaltro e consapevole, sa chiudere il pezzo con un buio improvviso, nel momento prima che la scena indebolisca l’intera pièce. Quella di "Your Girl" è un’operazione rischiosa che dal punto di vista teatrale si rivela sagace e emozionante allo stesso tempo, perché non si limita solo a scuotere con un intreccio di emozioni, ciò non è altro che una conseguenza di una ricerca estetica e poetica dei diversi linguaggi del corpo che sottende lo stile del regista.

Teatro Sanzio, Urbino - 22 Aprile 2010

29 / 04 / 2010



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