L’atmosfera magica de ''La Tempesta'' in un isola-labirinto La Tempesta;
Testo di: William Shakespeare;
Regia: Andrea De Rosa;
Cast: Umberto Orsini, Flavio Bonacci, Rino Cassano, Gino De Luca, Francesco Feletti, Carmine Paternoster, Rolando Ravello, Enzo Salomone Federica Sandrini, Francesco Silvestri, Salvatore Striano;
"Noi siamo fatti della stessa materia dei sogni e da un sogno è coronata la nostra breve vita" è da questa celebre frase shakespeariana che nasce l’allestimento de La Tempesta di Andrea De Rosa al teatro Eliseo di Roma. Comincia come fosse il sogno di una ragazzina. Ci sono ancora le luci accese in sala, con il pubblico che prende posto nelle poltrone rosse, quando il sipario si apre e scopre una strana scenografia, spoglia, fredda, eterea, un luogo qualunque in un posto qualunque che ricorda l’immaginario di un pianeta chi sa dove nell’universo. Al centro della scena, una tenda (altro sipario), rossa, fa da sfondo ad un letto anch’esso poco identificabile temporalmente, come quelli di un ospedale o un manicomio, sul letto è distesa una ragazza, dorme, anzi sogna agitata. È Miranda, la bella figlia di Prospero, mandata via da Milano con suo padre, spodestato con l’inganno dal suo ducato molti anni prima. Piano compaiono sul palcoscenico altri personaggi, uno per volta, silenziosi, come il pubblico prendono posto in scena; lo spettacolo non è ancora cominciato, lo è soltanto nei sogni di Miranda, sono i protagonisti del suo sogno. Le luci in sala finalmente si spengono, tutto è pronto, comincia la tempesta con un fragore crescente e suggestivo. Siamo su un’isola deserta, un po’ magica, abitata in origine da una strega e suo figlio, nella quale sono stati portati Prospero e Miranda esiliati dall’Italia, unici uomini, convivono con il deforme Calibano, debole creatura e primo "re dell’isola e di sé stesso" e Ariel, fantastico spirito dell’aria, prigioniero della strega un tempo, salvato da Prospero e suo devoto servitore in seguito. Qui comincia l’illusione, il teatro, lo spettacolo nello spettacolo, una delle opere shakespeariane più anomale e meno popolari La Tempesta con la regia di Andrea De Rosa e l’interpretazione del veterano Umberto Orsini, nelle vesti di Prospero. Grande plauso va proprio al regista, De Rosa si confronta col bardo per la prima volta come Orsini, e l’unione risultante è felice. Efficace la scelta di negare spazio e tempo, decontestualizzando i connotati canonici che identificano un dato luogo in un dato periodo, lo fa ancor più di Shakespeare che pur rispetta in questo testo, insolitamente, le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione in cui il tempo è una fascia oraria, un pomeriggio dalle due alle sei, il luogo è l’isola e l’azione in qualche modo può racchiudersi in una sorta di vendetta o messa in scena della stessa. Bella la scelta del bianco/ghiaccio, in un certo senso incolore che ricrea una visione annebbiata, rarefatta e illusoria, come i sogni, in contrapposizione con il rosso vivo del tendaggio al centro, la grotta, ma anche il sipario dello spettacolo che la magia di Prospero con l’aiuto di Ariel stanno per mettere in scena, ed è bello che sia lo stesso Prospero ad aprire e chiudere quel sipario, lui deus ex machina degli eventi. Originale la scelta di utilizzare a tratti la cadenza partenopea; come l’utilizzo delle funi per permettere allo spiritello Ariel onnipresente, di sollevarsi o piombare giù, di muovere le fila e i personaggi in scena per volere di Prospero (di cui le funi sono metafora) una figura resa quasi inconsistente, né uomo, né donna, una presenza fedele, un custode riconoscente, che mette i piedi in terra solo quando è libero; ed anche la scelta di pensare a Calibano, come uno spirito puro, ingenuo, inconsapevole del bene e del male, trascinato esclusivamente dall’istinto, dall’affiliazione e dalla gratitudine, come un cucciolo, un animale e non come un mostro aberrante e deforme. Mirabile l’interpretazione di Rolando Ravello in questo ruolo, non esagera, è convincente, conquista nonostante il personaggio, la sua recitazione è vera, non marcata come invece purtroppo accade per gli altri attori, che a tratti cadono nel declamatorio, in quei manierismi recitativi di stampo arcaico. Papabile infatti la differenza con gli attori più giovani, due generazioni a confronto che si cimentano con una lingua difficile, quella shakespeariana. Nel complesso, però, lo spettacolo risulta perfettamente incuneato in quel teatro classico di buona fattura dettato dai contorni dell’esperienza, necessaria, contrariamente a quello che si crede, per mettere in scena Shakespeare senza essere banali, didascalici, errore che spesso viene commesso. Nonostante tutto comunque, l’originalità, l’asciuttezza, i bei quadri scenici visionari, l’impegno, l’esperienza, la messa in scena manca di emozionalità, intensità, non incanta e non coinvolge abbastanza quanto un sogno, un’illusione creata ad arte, dovrebbero fare. La marca registica è forte, gli effetti sonori ben selezionati e la scenografia ricostruisce un’atmosfera onirica nella quale gravitano i personaggi come satelliti attratti dal carisma del protagonista. Il testo è rispettato, mantiene le tematiche del meta teatro, la lungimirante veduta sul colonialismo e l’usurpazione, evidenzia i sentimenti di vendetta e perdono.
Roma - Teatro Eliseo, 1° Dicembre 2009
Giusi Potenza
Lo spettacolo resta in scena, al Teatro Eliseo, fino al 13 Dicembre 2009
Per informazioni: www.teatroeliseo.it
02 / 12 / 2009
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