Le donne e gli uomini di Norén: turisti nel deserto della vita di Maria Lucia Tangorra;
Dettagli;
Testo di: Lars Norén;
Regia: Carmelo Rifici;
Cast: Giovanni Crippa, Elena Ghiaurov, Francesco Colella, Melania Giglio, Gianluigi Fogacci, Silvia Pernarella, Ivan Senin;
Con "Dettagli" di Carmelo Rifici tratto da Lars Norén - di cui è contemporaneamente in scena "20 novembre", interpretato e diretto da Fausto Russo Alesi - il Piccolo Teatro riallaccia il filo della drammaturgia contemporanea, intessuto nella scorsa stagione con due testi del francese Jean-Luc Lagarce. Sotto la lampada illuminante del teatro due coppie: (inizialmente) da un lato l'unione di Erik (Giovanni Crippa), squaliforme editore con Anne (Elena Ghiaurov), un medico che «tenta di rimettere insieme le cose»; dall'altro Stefan (Francesco Colella), autore di commedie appartenente alla «classe operaia», fidanzato con Emma (Melania Giglio), aspirante scrittrice. Montati come vere e proprie inquadrature cinematografiche si susseguono i dettagli delle vite di questi "altri" - estranei da loro stessi e dal loro compagno/a – ammalati di un'ossessione. Ognuno di loro è mosso da un afflato di una morte in vita, si forgiano rapporti, si inventano immagini di perfettibilità e perfezione ed è proprio attraverso lo zoom sui frammenti che cade la maschera. La cera della borghesia abbiente svedese si scioglie in un gioco al massacro in cui i ruoli rimbalzano. In maniera cruda, sotto i nostri occhi, la mimesi nella propria esistenza: tante forme di amore, legate tra loro inconsciamente dalla potenza distruttrice della morte. Psicosi vestite di amore come quelle di Ann e di Emma, due donne che vogliono procreare senza amare se stesse. La prima senza radici, ricerca nel suo uomo il seviziatore, come se la violenza fosse l'unico modo per sentirsi viva; l'altra rincorre ora nel suo ragazzo (Stefan) ora in suo marito (Erik) un padre, riducendosi a bambina, a tratti ergendosi a madre narratrice di una fiaba in cui si decolla – almeno nella finzione della fantasia il cerchio si chiude. Il linguaggio obliquo di Norén taglia i characters, sezionandoli chirurgicamente quasi fosse un medico che con l'arma della scrittura vuole mettere a nudo la realtà. Tra forse, non so, penso - condizionali di una sopravvivenza in cerca di un'identità - e «frasi che non hanno più parole» si dipanano i dieci anni dal maggio '89 al novembre '99. Tutti sul punto di partire, mutano la forma, le tappe in cui approdare fisicamente, viaggiando tra Svezia, America e Italia, eppure son sempre lì a lasciarsi corrodere da un male di vivere che l'autore ci mostra insanabile. Emblematica la chiusa del primo atto, con cui si svela la nota dominante, riallacciando i legami sotterranei e sottaciuti tra gli uomini. Commuove e rabbrividisce il disperato soliloquio di un padre (un accorato Gianluigi Fogacci) di fronte ad una figlia catatonica (un'intensissima Silvia Pernarella, interprete anche dei ruoli della cameriera e della ragazza quindicenne). Lei immersa nel suo universo parallelo, lui addolorato per l'incomunicabilità con una figlia – anche questa volta "ammalata" (entrambi in primo piano nella foto di scena di Attilio Marasco). A far da cornice ai sentimenti perversi, uno spazio evocativo (Guido Buganza), che a seconda dell'ambientazione costruisce una sala d'attesa d'ospedale, una camera da letto, un bar, una libreria, ecc… tutto funzionale a ricreare dei luoghi con mura trasparenti, permeabili e fragili proprio come quelle vite recitate. Le scelte registiche di Rifici conferiscono alla mise en scene un'incisività che va a completare il lavoro drammaturgico di puntuale lirismo. Degno di nota l'escamotage delle figure ombrose che persistono da una scena all'altra pur non essendo più agenti diretti dall'azione, ma simboli di quei richiami mentali, dei pensieri che ciascun personaggio elabora. Sfruttando le tecniche filmiche, Rifici reincolla i frantumi utilizzando scene girate ad hoc (Giuditta Mora), immagini di repertorio ed ancor più dissolvenze incrociate su cui intarsiare la narrazione. Sarebbe difficile sintetizzare in maniera lineare la non storia dei quattro protagonisti senza rivelare allo spettatore le bugie con cui si inscena la loro verità e preferisco invitare a lasciarsi interrogare dallo sguardo disarmante con cui lo svedese esperisce la realtà. «Essere drammaturgo è essere nel presente. Non si può scrivere solo su se stessi. Devo uscire e mangiare la realtà» - Lars Norén. A noi la scelta (o forse sarebbe meglio dire la capacità) di digerire la/e cruda/e verità.
Teatro Studio (Piccolo Teatro), Milano – 16 febbraio 2010
Lo spettacolo resta in scena al Teatro Studio di Milano fino a sabato 27 febbraio 2010. Per informazioni: www.piccoloteatro.org
24 / 02 / 2010
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