Leo Gullotta tra arte e vita per ''Il piacere dell’onestà'' Il piacere dell'onestà;
Testo di: Luigi Pirandello;
Regia: Fabio Grossi;
Cast: Leo Gullotta, Martino Duane, Paolo Lorimer, Mirella Mazzeranghi, Valentina Beotti, Antonio Fermi, Federico Mancini, Vincenzo Versari;
Dopo il sorprendete successo di L’uomo la Bestia e la Virtù, Leo Gullotta si misura di nuovo con un testo pirandelliano, Il Piacere dell’Onestà. Lo spettacolo ha debuttato lo scorso ottobre del 2008 al Teatro Eliseo di Roma, e, a distanza di più di un anno, la commedia continua, a grande richiesta dei teatri nazionali, ad affascinare le platee. Lo abbiamo visto presso il Teatro dell’Aquila di Fermo dove, con due repliche sabato 30 e domenica 31 gennaio, il pubblico è accorso numeroso apprezzandone la scelta e l’interpretazione. Per il noto attore catanese dare vita ai drammi di Pirandello ha un significato importante per la realtà che stiamo vivendo. Il piacere dell’onestà è un classico contemporaneo, i cui temi e personaggi sono per la nostra società più che mai veri e calzanti. La Commedia, in tre atti, esordì nel 1917 al teatro Carignano di Torino, interpretato da Ruggero Ruggeri, e che in retrospettiva, ha come antenata la novella "Il Tirocinio" pubblicata nel 1905. Quasi un secolo da quel lontano 1917, eppure, l’universo pirandelliano è ancora forte nel suo scavo psicologico e contradditorio dell’umano, di quei casi della vita che attanagliano ancora la società combattuta tra la realtà e la finzione, l’essere e l’apparire, la vita che preme e le convenzioni sociali e quel relativismo interiore, che appartiene, per natura, all’uomo. La vita che s’è fissata, per essere, nella nostra forma corporale, a poco a poco uccide la sua forma, così scrisse Pirandello circa un secolo fà in uno dei suoi scritti, ed è la sorte toccata ad Angelo Baldovino, il protagonista della commedia teatrale ed interpretato da Leo Gullotta. Già perché si tratta di dare corpo e vita ad una forma, un’astrazione formale , qual è appunto l’onestà per Baldovino, un piacere quasi spietato, poiché come egli stesso dice: - rappresento la forma e tanto più pura essa è tanto più sarò tiranno nell’adempiere questa parte, il che manda in corto circuito le convenzioni e il buon nome di una famiglia borghese, impegnata e preoccupata di salvare "la faccia", la propria maschera sociale. Infatti il protagonista è un signore intelligente, dall’aria misteriosa e con un passato turbolento e senza riscatti, che accetta di negoziare un matrimonio con la giovane Agata Renni, per mettere al riparo il buon nome del marchese Fabio Colli, che, invece, attende un bimbo dalla giovane Agata. Il signor marchese, d’altro canto, è un uomo che è stato maltratto dalla propria moglie, e, pur essendo molto più anziano della Renni, trova in lei le gioie dell’amore, ma si tratta di un legame clandestino e senza futuro che rischia di rovinare la sua buona reputazione di "gentiluomo". Maurizio Setti, cugino del marchese ed ex compagno di studi di Baldovino, intuisce nell’amico la giusta persona che possa calarsi nella parte dell’onesto marito della signora Agata, al fine di non far cadere sulla "bocca di tutti" suo cugino ed evitando, del resto, un’onta ignominiosa, come dice la signora Maddalena madre di Agata, per la sua povera figliola. Infatti Angelo Baldovino, in tutta coerenza, darà corpo e vita all’onesto marito, come vuole la società, ma nel farlo vi troverà un gusto così esasperante e formale, opprimente e rigido da renderlo quasi reale, impossibile da sostenere per la signora Maddalena ed il Marchese Colli, ormai imbavagliati con le loro stesse mani. Ma per il protagonista, questa operazione non ha un sapore sadico nei confronti di "lor signori", quanto il rispetto della propria dignità, il piacere di essere onesti e di riscattarsi dalle amarezze del passato, perché a lui le cose piacciono farle non a metà ma fino in fondo. Il rispetto ossessivo della parte, di questa forma che ha modellato su di sé, lo condurrà ad accettare anche di fingersi ladro, circostanza dalla quale, però, Agata vi trarrà profondi sentimenti che la porteranno a seguirlo, perché giunto al limite della sua esistenza fittizia, Baldovino decide di togliersi le vesti dell’onesto marito ed uccidere la forma per far trionfare la vita. Per l’interpretazione di Leo Gullotta, si è di fronte ad una rilettura rigorosa e fedele, piena e densa nella parte di Baldovino, grazie anche alla regia di Fabio Grossi che, traendo spunto da uno scritto di Palazzeschi acuisce nell’allestimento scenico il divario tra realtà e finzione, così come è costretto a fare il protagonista. La poesia è "Una casina di cristallo" pubblicata su LACERBA nel 1913, tutta trasparente dove poter essere limpidi, aperti e impossibili a nascondersi, e viene posta al centro del palco con intorno un paesaggio naturale, quasi boschivo, nel quale il marchese Colli e la signora Maddalena sono spaventati ad entrare, perché maschere di un falso perbenismo. Le musiche di Germano Mazzocchetti sono giustamente usate quanto basta per fungere da filo conduttore per i cambiamenti di scena. L’intero cast è nel complesso ben aderente ai personaggi, soprattutto Valentina Beotti nei panni di Agata Renni, Mirella Mazzeraghi si presenta con dei toni a volte un po’ freddi nella parte della signora Maddalena, Martino Duane calza bene il ruolo del marchese Colli, così come Paolo Lorimer in quelli di Maurizio Setti. Per Leo Gullotta confrontarsi con i personaggi pirandelliani non ha quel sapore di passaggio verso una maturità artistica su testi impegnati o un po’ seri. Egli nasce come attore e come tale infonde sempre più spessore e sobrietà ai vari ruoli che interpreta e dunque la crescente dedizione verso il teatro rappresenta la ricerca di una verità, la necessità di trovare un’autenticità umana che la società con i suoi modelli tende invece a soffocare. Dare vita ad Angelo Baldovino suona un po’ come un richiamo, anche forse per tutti, a riflettere che l’onestà, la lealtà interiore e quel sé reale e genuino, sono oggi più che mai messi al bando, da una cultura mediatica ed opprimente, a favore di maschere appariscenti preda di un estetismo esasperante che impongono a noi tutti di indossare nei tanti modi d’essere dettati dalle infinite circostanze e relazioni del quotidiano.
Teatro dell'Aquila, Fermo - 31 Gennaio 2010
Cristina Squartecchia
02 / 02 / 2010
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