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L'indefinibilità della ''non crisi'' dei giovani nella verità di Pasolini


di Maria Lucia Tangorra;

Amado mio;

Testi di Pier Paolo Pasolini da "La Meglio Gioventù", "Le Ceneri di Gramsci", "La Religione del mio tempo", "Poesia in forma di rosa", "Alì dagli occhi azzurri", dai romanzi, in particolare alcune pagine da "Ragazzi di Vita", da saggi o articoli di giornale, in particolare da "Scritti Corsari", "Dialoghi con Pasolini", "Il Caos" e dai testi teatrali, in particolare da "Bestia da Stile";

Regia: Pino Costalunga;

Cast: Pino Costalunga (voce recitante), Livio Pacella (voce recitante), Sabrina Turri (voce melodica), Simone Piccoli (tastiere ed effetti sonori);

«Niente come fare un film costringe a guardare le cose. […] Infatti mentre in un letterato le cose sono destinate a divenire parole, cioè simboli, nell'espressione di un regista le cose restano cose. […] Esse divengono, è vero, «segni», ma sono i «segni», per così dire viventi, di se stesse» (17 aprile 1975 in "Impotenza contro il linguaggio pedagogico delle cose" ndr).
Nessuno può descrivere con parole diverse dalle sue l'artista-uomo che era ed è - nonostante ci venga propinata come storia da dimenticare (ben ironizza e denuncia Fabrizio De Andrè in "Una storia sbagliata" ndr) – Pier Paolo Pasolini.
Con lo spettacolo "Amado mio" GlossaTeatro decide di raccontarlo attraverso le parole e le immagini del poeta stesso intervallate dall'esecuzione di canzoni a lui dedicate e tratte dai suoi film. Pino Costalunga, regista e voce recitante insieme a Livio Pacella, sceglie come destinatari principali i giovani provando forse a perseguire quell'intento civile di risvegliarne le coscienze.
Ad un'analisi attenta della drammaturgia emerge come la scelta sia ricaduta su pensieri, poesie, opere teatrali e cinematografiche in cui lo scrittore-cineasta rappresenta il periodo della giovinezza «più labile in senso assoluto, data la crudeltà del tempo che vola inesorabile, e anche in senso specifico». Un grido di corruzione si eleva nel persistente e corrosivo fiume d'inchiostro: quei ragazzi dall'umile volontà di vita, capaci di costituire un mondo dentro il mondo, non ci sono più, inglobati nel nuovo mondo, quello dei "rifiuti". Risuona un legame tra le liriche, la prosa saggistica e quella pensata per farsi immagine in movimento: la sua nazione è ossessa da «milioni di piccoli borghesi come milioni di porci» (da "Alla mia nazione" ndr), ridotti allo stato animalesco, carogne di rapaci, avvoltoi, figli «d'un amore sordidamente muto di bestia» (da "Ballata delle madri" ndr)
Un filo rosso si dipana nel corso della serata accompagnando lo spettatore tra i vari testi – probabilmente troppi, andando a discapito di un'immediatezza che l'interessante disegno originario meriterebbe.
Mettersi a servizio della parola ancestrale e profetica di Pasolini non è una corda semplice da suonare, apprezzabile è l'impegno profuso dalla compagnia perché la sua voce possa ancora parlare al di là della morte. «L'artista è una contestazione vivente. Rappresenta sempre l'altro di quell'idea che ogni uomo in ogni società ha di se stesso» (da "Perché faccio cinema" ndr).
Dalla lucidità del vate un invito tra i tanti ci interpella coscientemente ed emotivamente.
Colui che è morto a causa della diversità nella società dell'omologazione, ancora oggi ci domanda: «ma a che serve la luce?» (da "Le ceneri di Gramsci" ndr)

Teatro di Verdura, Milano – 7 luglio 2010


25 / 08 / 2010



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