Luigi Lo Cascio ci trascina nelle infinite variazioni del vortice cacciatori-prede;
di Maria Lucia Tangorra;
La caccia;
Testo di: Luigi Lo Cascio liberamente ispirato a Baccanti di Euripide;
Regia: Luigi Lo Cascio;
Cast: Luigi Lo Cascio (nella foto) e Pietro Rosa;
«Bisogna riconoscerlo: la possibilità di rappresentare la tragedia nel mondo contemporaneo è del tutto illusoria e condannata a sicuro fallimento» - così il personaggio dello studioso (Pietro Rosa) ammonisce il pubblico nel suo eloquio di presentazione. "La caccia" di Luigi Lo Cascio, liberamente ispirato a "Baccanti" di Euripide, non risponde assolutamente a questa condanna perché ha l'intelligenza e la capacità di trovare una propria strada per inscenare il teatro greco, oggi, su un palcoscenico. Luigi Lo Cascio nelle vesti anche di drammaturgo, con l'umiltà di non voler riscrivere "Baccanti", va a sviscerare il sottotesto che permea l'originale: la caccia. Da qui si dipanano le sfere umano-divino, razionale-irrazionale e la polis tiranneggiata da Pènteo (L. Lo Cascio) contro il nemico proveniente dall'esterno. In una mistione tra linguaggio teatrale, cinematografico, poetico, musicale e si potrebbe aggiungere anche quello dei silenzi, lo spettatore si abbandona alla visione in soggettiva di Pènteo, senza identificarsi con lui o col dio Dioniso – assenza presente – o con il critico, ma compiendo quasi una catarsi contemporanea. Con un crescendo narrativo, direttamente proporzionale al rimpicciolimento figurativo, il re tebano, accecato dal cacciare il «dio dell'urlo e del silenzio» e le sue baccanti, perde gradualmente il senno imbrigliandosi nella sua stessa rete ed in quella del lestofante (qui: lo studioso, in Euripide: Dioniso ndr). «Le facoltà percettive […] saranno compiutamente compromesse nell’istante in cui avverrà il ribaltamento, da cacciatore che guarda, a preda che viene guardata» (dal programma di sala). Il regista-attore sceglie di rappresentare particolari scene del testo euripideo, rendendo perfettamente il duplice aspetto insito nel tema della caccia: sterminare ed essere attratto, che ha come epilogo il rovesciamento dell'essere sterminato. Una delle peculiarità che contraddistinse Euripide dai predecessori fu la sua abilità di tratteggiare i risvolti psicologici dei personaggi e questo Lo Cascio riesce a ridonarlo al pubblico odierno dando luogo al conflitto interiore del tiranno. Il supporto di proiezioni, disegni luministici (scene e disegni Nicola Console, disegno luci Stefano Mazzanti) e di video arte (Alice Mangano) contribuiscono in maniera originale e nuova ad ottenere questo effetto. Non si può però negare che colui che si dona al massimo delle sue potenzialità è l'interprete. Accordandosi sulle note ritmiche dell'endecasillabo, modula le proprie corde con cambiamenti repentini, talvolta persino nell'arco della stessa battuta, intonandosi ora al delirio di divino-dittatore (vedi la simulazione del comizio ndr) ora mascherandosi da donna nel delirio bacchico. L'attore diventa burattinaio dall'interno del suo «antropomorfico strumento» (da "Come può nascere l'attore", 1947 di Orazio Costa ndr), muovendo i fili tanto da riuscire a far masticare a chi lo guarda quale sia stata la sua crisi nel rapportarsi con la materia mitica. Con un gioco di forme e suoni (suoni e montaggio video Desideria Rayner, musiche originali Andrea Rocca, ideazione sonora Mauro Forte), continuamente amplificati e ridotti, sembra di avvertire sulla propria pelle, di pancia, la decadenza dell'eroe tragico, immersi nel buio cavernoso in contrasto con le vesti da schermidore del protagonista. Echeggiano il respiro affannoso delle «cagne», il riso compiaciuto dello studioso e gli acuti ebbri di Pènteo, graffiando sapientemente il pubblico. Le contraddizioni e le difficoltà di attualizzazione coesistono volutamente in questo spettacolo. Se il drammaturgo greco aveva svalutato il ruolo drammatico del coro nell'economia della vicenda, Lo Cascio ci pone di fronte ad un ribaltamento amaro con l'espediente dei coroselli. «Al posto della voce della comunità che si compatta per risolvere un problema, per richiamare a una norma o per proporre un’etica condivisa, prende corpo un monito impersonale e mortifero che s'infiltra e frammenta la narrazione per imporre un oggetto di consumo» (dal programma di sala). Così il primo spot sembra offrirci la soluzione di un odierno merós di Zeus, il secondo con un' "adulatio" attoriale ci indica come «non perdere la faccia» e l'ultimo invita alle danze da sballo allucinogeno, il tutto in un mix di effetto apparentemente leggero, ma che ottiene il risultato di incidere - proprio come la pubblicità sottilmente fa. Nel gioco di sguardi e visioni, noi spettatori non possiamo che aderire non solo alla bravura interpretativa di Luigi Lo Cascio, ma anche alla commistione ben architettata di stili tra antico e moderno, alzandoci dalla poltrona con le domande che "La caccia" è in grado di rilanciarci e il piacevole sapore del talento artistico. «Se tu mi guardi, io non so vedere» (Pènteo ne "La caccia" ndr) e il pubblico, non guardato, se non al momento delle luci in sala, avrà occhi per vedere?
(foto di scena di Marianne Boutrit)
Teatro Elfo Puccini, Milano – 9 marzo 2010
Lo spettacolo resta in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano fino a domenica 21 marzo 2010. Per informazioni: www.elfo.org
Proseguirà la tournèe italiana fino a fine marzo:
24 e 25 marzo: Pavia, Teatro Fraschini
28 marzo: Grosseto, Teatro Moderno
16 / 03 / 2010
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