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MANON LESCAUT in scena al Teatro La Fenice di Venezia


Musica: Giacomo Puccini;

Regia: Graham Vick;

Coreografia: Ron Howell;

Direttore: Renato Palumbo;

Cast: Martina Serafin (29, 31/1, 2, 4/2) - Lilla Lee (30/1, 3/2), Dimitris Tiliakos (29, 31/1, 2, 4/2) - Davide Damiani (30/1, 3/2), Walter Fraccaro (29, 31/1, 2, 4/2) - Francesco Anile (30/1, 3/2), Alessandro Guerzoni, Gionata Marton, Saverio Fiore, Anna Malavasi, Stefano Consolini, Carlo Agostini, Salvatore Giacalone;

L’esordio di Manon Lescaut, il 1° febbraio 1893 al Teatro Regio di Torino, segnò il primo autentico successo teatrale di Giacomo Puccini. Di tutte le sue opere, Manon fu quella la cui gestazione risultò maggiormente problematica, in particolare per i tempi lunghi necessari alla stesura del libretto, tratto dal romanzo di Antoine François Prévost Histoire du chevalier des Grieux et de Manon Lescaut (1731). Rispetto ai testi da musicare Puccini fu sempre, come noto, esigentissimo; nel caso di Manon Lescaut tale sua aspirazione produsse un vero e proprio record: il testo risultò alla fine frutto dei diversi apporti di ben sei autori (Ruggero Leoncavallo, Marco Praga, Domenico Oliva, Luigi Illica, lo stesso Puccini e l’editore Giulio Ricordi, più qualche intervento di Giuseppe Giacosa).
Sul tormentato concepimento influirono anche le perplessità dell’editore che cercò di dissuadere Puccini dal cimento con un soggetto che Jules Massenet aveva condotto a fama europea con il suo omonimo capolavoro del 1884. Sicuro del fatto suo, vale a dire della diversità della propria interiore ‘risposta’ al soggetto di Manon (Massenet, a suo dire, lo sentiva «da francese, con la cipria e i minuetti», lui, invece, «da italiano, con passione disperata»), Puccini non si lasciò smuovere, e il successo incontrato, di pubblico e di critica, gli diede piena ragione.
Non comprenderemmo appieno il significato della scommessa pucciniana se non tenessimo conto del fatto che, ai tempi di Manon, il compositore non aveva ancora raggiunto la piena consacrazione artistica: per quanto la sua stoffa d’artista fosse già ben chiara a Giulio Ricordi, Puccini nei tardi anni Ottanta aveva all’attivo solo due opere – Le Villi (1884) e Edgar (1889) –, la seconda delle quali sembrava aver disatteso le speranze generate dalla prima. Nel proporre un’opera su un soggetto già musicato, Puccini sfidava radicate consuetudini (quelle che avevano, ad esempio, condotto all’oblio l’amatissimo Otello di Rossini in seguito all’apparizione di quello verdiano). Per quanto al momento della composizione di Manon l’omonimo lavoro di Massenet non fosse ancora giunto in Italia, la successiva coesistenza delle due opere nelle programmazioni teatrali di tutto il mondo rappresenta comunque una vistosissima eccezione, possibile solo grazie alla netta differenza fra i due lavori. Il successo arriso alla caparbietà di Puccini nel voler fare Manon dimostra che il suo istinto teatrale aveva fiutato la via giusta.
In effetti con Manon egli sperimentava e affermava i caratteri stilistici e drammaturgici che grande fortuna avrebbero avuto anche nelle più famose opere successive: la centralità del ruolo femminile e la presentazione di un amore disperato, senza salvezza, si accompagnano ad una musica che riunisce elementi d’ambientazione (storica o geografica) all’eredità di Wagner e dell’ultimo Verdi. In Manon il ricorso alla tecnica del Leitmotiv e alla melodia continua è punteggiato da richiami alla musica del Settecento, il tutto riunito entro una partitura di straripante musicalità, ricca d’un pathos vieppiù coinvolgente grazie alla serrata corrispondenza fra dettaglio musicale e azione scenica.
Dopo la prima, sul «Corriere della Sera» si lesse la consacrazione di Puccini: Manon fu giudicata opera di «grande valore artistico», dalla «potente concezione musicale», che possedeva gli «svolgimenti e lo stile dei grandi sinfonisti», ma «senza rinunciare per questo all’espressione voluta dal dramma. E senza rinunciare a quella che si suol dire italianità nella melodia».
Otto giorni dopo la prima torinese di Manon il Teatro alla Scala di Milano presentò al pubblico Falstaff, l’ultima opera di Verdi. Vi fu chi, nella quasi concomitanza dei due eventi, vide una sorta di passaggio di testimone fra i due grandi autori dell’opera lirica italiana.

Dal 29 Gennaio al 4 Febbraio 2010 - Teatro La Fenice, Campo San Fantin - Venezia

Per informazioni: www.teatrolafenice.it


25 / 01 / 2010



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