Milano: a passi di parole in musica verso la conoscenza dell'ancestrale Si è conclusa domenica 18 sul palco del Teatro Strehler la seconda edizione di "Volgar Eloquio" andando a spasso dal Quattrocento al Novecento con giochi simmetrici tra versi lirici e canto. Tre attori di origini lombarde – in oda Alessio Boni (nella foto), Laura Marinoni e Anna Nogara – accompagnati dall'acuta voce di Antonella Ruggiero hanno traghettato lo spettatore nella ricostruzione della produzione poetica in dialetto. Con l'ouverture "Tu musica divina" (autori: Alfredo Bracchi e Giovanni D'Anzi) alternata alle prime declamazioni di L. Marinoni si assapora ed intuisce lo spirito con cui i curatori dell'allestimento, Franco Brevini e Marco Rampoldi, abbiano deciso di creare il mènage: l'omaggio verso la Musa della Poesia fattasi peculiare con le parole del luogo. Le prime tenui tracce risalgono all'Umanesimo, protagonista è Galeazzo dagli Orzi, il quale usa il dialetto come mezzo satirico in "La massera da bè", in cui ritorna il tòpos città-campagna suscitando il riso, ma allo stesso tempo denuncia la condizione di povertà. Subito dopo un tuffo nel Duecento con la figura di Matazone da Caligano, che in perfetto stile giullaresco, in "Nascita del cavaliere e nascita del villano" finge di compiacere il signore, ma in realtà il ridicolo assembla in sé anche la «cortesia» e il mondo dei cavalieri-padroni. Punto di svolta nel periodo barocco è Carlo Maria Maggi, rivaluta infatti il dialetto come lingua letteraria ed effettua un'operazione importante per la tradizione culturale milanese. Richiamato in scena da "I consigli del Meneghino", egli trasforma la maschera di Meneghino in simbolo della milanesità a cui fa elargire saggi moniti e dissertazioni folkloristiche sul riso (nel brano letto da A. Nogara). Con piacevole leggerezza si giunge ad una tappa fondamentale nella poesia milanese, quella segnata dalla produzione di Carlo Porta. I tre recitanti si fanno strumento vocale di quell'ironia feroce che lo caratterizza. Egli adoperava il «parlar finito», cioè il dialetto italianizzato, per inserirlo sulla bocca di marchesi e dame dell'aristocrazia, ridicolizzandoli. Da meri titoli di rappresentanza derisi («lu l'è marches,/ marchesazz, marcheson, marchesonon» da "Sissignor sur Marches") alla fase più matura dei racconti in prima persona del popolo minuto ("La nomina del cappellan" e "La Ninetta del Verzee") che si delinea con un linguaggio realistico e cruda semplicità. A questa prima parte farsesca, chiusa da un trittico di tipiche canzoni appartenenti al repertorio di cantautori lombardi ("Ti parlerò d'amor", "Non dimenticar le mie parole" e "Crapa pelada"), fa capolino un secondo atto. Alla commozione dirompente per la conclusione inattesa, dopo aver assaporato la tenerezza della nascita del Bambinell ("El presepio dè Giacumì" di Angelo Canossa, interpretato con una sofferenza culminante e silenziosa da A. Boni con inserti della Ruggiero di "Adeste fideles") si susseguono le grida disperate di una prostituta "redenta" per amore del figlio, perduto senza carità (ndr. "La mamma di gatt" di Giovanni Barrella", resa da L. Marinoni con il dolore dell'epilogo) fino alle domande esistenzialiste sulla direzione dell'uomo ("Dies irae" di Emilio Guicciardi, poemetto declamato da A. Nogara nel suo surrealismo). A simbolo del Novecento è assunto un lombardo d'adozione e genovese di nascita, Franco Loi, la cui cifra stilistica è rappresentata da una lingua sgorgata dal suo ambiente, a cui dà spessore vernacolare e con cui dà corpo al suo piccolo cosmo di ricordi ("L'angel"). Il lirismo di questo viaggio termina con l'alternarsi dei tre attori nel dar voce al ritratto umanizzato della Vergine Maria, mamma, ai piedi della croce in contemplazione del figlio, regalatoci da Giovanni Testori in "Mater strangoscias" nel solco della commistione di latino e meneghino. Non poteva, infine, mancare il saluto con il celebre brano "Oh mia bela Madunina" (G. D'Anzi). Un percorso di riscoperta delle radici che sembra rispondere pienamente alla definizione di Orazio Costa Giovangili per cui«[...] il testo è la crudele, umana, sociale necessità di tradurre secondo un linguaggio comunicabile a un gruppo l'espressione privata, individuale, assoluta a suo modo […] raccolta in una "temperie" ineffabile». Una pièce rivelatasi a servizio della lingua, recitata e cantata, ma accomunata dall'essere parola e scrigno di memoria della storia dell'italiano, della letteratura così come delle emozioni. Sicuramente saranno state note risuonanti come familiari nelle orecchie dei nativi, nuove per i "lombardi d'adozione", ma il sentire umano è universale e le vibrazioni donate dalla poesia sono eteree. Maria Lucia Tangorra
24 / 10 / 2009
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