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Milano: al Crt si assapora lo straniamento dell'attesa del passeggero


Pendolari;

Testo di: Mimmo Sorrentino;

Regia: Mimmo Sorrentino;

Cast: Adriana Busi, Luca Cavalieri, Simone Tiraboschi, Jacopo Zerbo;


Recensione di Maria Lucia Tangorra

Ispirandosi all'omonimo libro di Cesare Carbonari, "Pendolari", il regista Mimmo Sorrentino decide di dar corpo ad una delle tragedie contemporanee: la condizione di pendolare ferroviario – o forse sarebbe meglio dire pendolare di vita.
Ambientato in uno spazio tendente all'astrattismo, l'essere in treno si delinea dallo scheletro dello scompartimento ferroviario e dalla comparsa-incursione del capotreno-violinista (Jacopo Zerbo), ma soprattutto dai racconti dei protagonisti. Nella spola Torino-Milano: una mamma in carriera (Adriana Busi) costretta a lasciare il figlio alle "cure" della nonna per tutto il giorno, un ragazzo (Simone Tiraboschi) – uno dei tanti – sbarcato a Milano in virtù della chimera che la città meneghina equivalga a lavoro ed infine un padre di famiglia (Luca Cavalieri).
Tre comuni mortali si incontrano costantemente nel viaggio quotidiano verso il lavoro per la sopravvivenza, l'unica dimensione di relazione sociale avviene nel lasso di tempo della tratta tra la città della casa e quella di produzione. Ci si racconta, ci si "spia" nelle telefonate private per avvertire il proprio capo del ritardo o la madre-nonna, ci si sfiora. Quel percorso si ripete ogni giorno così come le ansie, i discorsi, i silenzi e ad animare l'odissea arriva un guasto meccanico, un suicidio sui binari, l'aria condizionata o il riscaldamento - a seconda delle stagioni - rotti. Queste le scintille che fan scoppiare la crisi di nervi, quella frustrazione sopita con la consapevolezza che si trascorre più tempo con i compagni di treno che con quelli di vita.
L'allestimento scenico è essenziale e stilizzato quasi a voler rendere un luogo volutamente asettico per dar spazio a quelle voci, che troppo spesso ricevono indifferenza o peggio cadono nel vuoto senza risoluzioni concrete. Sullo sfondo un gioco di luci (Luigi Biondi) con colori cangianti e denotativi dei vari umori dei pendolari crea ancor più un ambiente surrealistico, evocativo di una condizione all'ordine del giorno "bestiale", disumana e oggetto di teatralità per l'elemento dell'assurdo di uomini su un treno merci.
I tre personaggi sono anonimi, "materia" resa amorfa dalle logiche sociali (suggestione enfatizzata dai costumi di tonalità grigio-nera a cura di Rosanna Monti ndr), pronti a scattare a lavoro e a rispondere alla legge della jungla con tutti i mezzi possibili pur di permettersi, per esempio, l'affitto di un appartamento a Milano. Entrano talmente tanto nel vortice del treno che sono in grado di riprodurne accelerazione e decelerazione, frenate, calibrando il loro ritmo del cuore con l'andamento delle rotaie.
Il regista e gli attori ci offrono un'immagine desolante e realistica del cinismo prodotto da questo "vivere" (nessuna pietà di fronte ad un uomo che si ammazza ma solo la considerazione che avrebbe potuto optare per un'altra forma di suicidio così non si sarebbe ritardato per timbrare il cartellino ndr) e della solitudine che ci domina.
Sorrentino si caratterizza per il suo metodo, assunto dalle scienze sociali, dell'osservazione partecipante ed anche in questa pièce, con la sua ricerca – vivendo corpo a corpo con i viandanti per tre anni – ha mantenuto saldo il rapporto con la realtà, ponendoci di fronte ad una sua porzione.
«Dolore silenzioso. Dolore poco adatto ad uno spettacolo teatrale. Come poco adatte per uno spettacolo teatrale erano le loro azioni. […] a cosa gli serve l’attesa? Rispondere è stato molto semplice: serve a coprire l’insopportabile verità che tutto in realtà è già successo, che il futuro è già stato e non può tornare.» (note di regia di Mimmo Sorrentino)

Teatro CRT Salone, Milano – 1 novembre 2009

08 / 11 / 2009



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