Milano: D'Elia inscena un ''Don Giovanni'' imprigionato dalla sua stessa guerra amorosa Testo di: Corrado D'Elia da Molière;
Regia: Corrado D'Elia;
Cast: Corrado d'Elia, Daniele Ornatelli, Valeria Perdonò, Roberta Bongini, Laura Rovito, Anna Maria Figliuolo, Verena Leonardini, Marco Biraghi, Anna Tziganzoi;
Recensione di Maria Lucia Tangorra:
L’incipit del "Don Giovanni" di Corrado d’Elia prende piede da quella che in Molière era la fine: la sua collocazione all’inferno. Il regista, però, rivisita il mito con una peculiare licenza drammaturgica, lo accompagna agli inferi il servo fedele, Sganarello (Daniele Ornatelli). La chiave di lettura suggerita è che si scelga di punire anche lui per par condicio, in fondo il servitore assume le fattezze del ben pensante, religioso e moralista, seguendo l’onda del momento e come asserisce Don Giovanni (Corrado d’Elia) «il vero ipocrita sei tu». Questa rilettura dell’archetipo del seduttore per eccellenza sposa la tesi di Umberto Curi secondo cui «non si caratterizza per una generica immoralità di costumi né per un impulso coattivo alla soddisfazione del desiderio sessuale, ma per la negazione della trascendenza e per il rifiuto a riconoscere qualsiasi manifestazione sovrannaturale». ("Don Giovanni. Variazioni sul mito" a cura di Umberto Curi). La messa in scena dell’attore-regista della compagnia teatri possibili si avvale delle fonti di Tirso de Molina, Molière, Lorenzo Da Ponte e Kierkergaard, le fa proprie e li restituisce in un’ottica attualizzata costruendo un inferno mentale secondo il suo stile visionario. Con uno sfondo abitato da tre pareti d’acciaio, realizza uno spazio asettico e freddo, richiamante il luogo infernale, e allo stesso tempo riflettente, in particolare la sua reiterazione edonista. Don Giovanni è intrappolato in uno spazio e in un tempo eterni, nello schema del suo tòpos e quale contrappasso più idoneo se non la ripetizione continua della stessa storia? Si potrebbe pensare che d’Elia abbia voluto collocare il protagonista nel II cerchio dantesco, tra i lussuriosi, più che tra i seduttori. Essi subiscono, infatti, la pena di essere trasportati da una bufera infernale incessante, proprio perché in vita si fecero travolgere dalle passioni. Un mix di sonorità e musiche, da Einaudi a Mozart, contribuisce a creare un’atmosfera surreale, volutamente in contrasto con la recitazione diretta degli interpreti. Viene rappresentato un conquistatore tra il libertino senza scrupoli – versione di Molière – e l’uomo semplice – opera mozartiana – con un piglio di tenerezza di fronte al monologo, originariamente di donna Elvira, scelto di far recitare a una bambina (Anna Tziganzoi) per la purezza degli intenti e dell’amore. La pièce rende i due caratteri: da un lato il non cambiamento, sia di Don Giovanni sia di Sganarello, mostrato con l’espediente del trucco/maschera bianco sul volto; nei costumi un seduttore vampiresco, tanto da vivere il cimitero come luogo di conquista, in balia delle sue ossessioni e della sua stessa immagine di culto. Dall’altro lato un’unica donna (Valeria Perdonò) che veste i panni di spettri femminili, dalla passionale alla stupida, tutte vittime del gioco affabulatore. A distanza di trecento anni Dom Juan si anima di luce contemporanea: uomo laico, pratico e tanto più matematico e calcolatore («due più due fa quattro» - "Don Giovanni", Atto III, Scena I da Molière) con un servo che invece accetta ciò che non si conosce, basti pensare al suo credo fanatico. «Sì, è proprio vero: bisogna cambiar vita! Ancora venti o trent’anni così, ma poi bisognerà pensarci seriamente!» ("Don Giovanni", Atto IV, Scena VI da Molière).
Teatro di Verdura, Milano – 25 Luglio 2009
29 / 07 / 2009
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