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Milano: il tempo della memoria in viaggio verso un ''io'' incompiuto


Tradimenti;

Testo di: Harold Pinter;

Regia: Andrea Renzi;

Cast: Nicoletta Braschi, Tony Laudadio, Enrico Iannello;

Un incipit che prende il là dall'epilogo. Si apre così lo squarcio su "Tradimenti"("Betrayal", 1978) di Harold Pinter sotto la direzione di Andrea Renzi.
«E' tutto finito» afferma Emma (Nicoletta Braschi, nella foto di scena con Laudadio), riportando al suo ex-amante Jerry (Enrico Ianniello) - migliore amico di suo marito – la conclusione del suo matrimonio. Nessuna vibrazione tradisce sentimenti come il rimpianto – o il rimorso, il dispiacere, la sofferenza che dovrebbe provocare la disgregazione del nucleo familiare e la terra sotto i piedi che va in frantumi. Nulla. Lei fedifraga, a sua volta tradita, ripete asetticamente al suo compagno d'avventura la domanda «tu come stai?», quasi a voler spostare l'oggetto del loro incontro su di lui ed al contempo riferisce, a mò di titolo informativo, la rottura della sua unione con Robert (Tony Laudadio). Da un fatto lineare ed all'ordine del giorno, il tradimento tra uomo e donna, parte il meccanismo della memoria inscenato da Pinter: «[...] Mettendo tutto alla rovescia, in Betrayal, io ho preso la memoria alla lettera, la memoria senza logica, che è una macchina stupida, come tutte le macchine».
In settanta minuti, lo spettatore inizia a viaggiare a ritroso con i protagonisti, attraversando i momenti della vita quotidiana, con l'inevitabile disorientamento provocato dal rovesciamento dei cliché. L'amico traditore che accusa l'amico "vittima" del tradimento (d'amore e d'amicizia) di non avergli detto di sapere quella verità, tutti si rimandano continue responsabilità, rimbalzano la palla del «credevo che tu lo sapessi», del «dovresti». Un condizionale simbolo dell'incertezza imperante nella natura di persona e nei loro contatti relazionali.
Come ne "L'amante", anche in questa pièce l'autore punta l'attenzione su un triangolo d'amore. Nel primo dramma in un continuo scambio dei ruoli di moglie-marito-amante si giunge alla nudità del legame affettivo, in "Tradimenti" balenandosi nel suo peculiare stile, tra la rassegnata tristezza e il gusto per il comico-grottesco, emerge il tragico: un "io" senza approdo. Ad essere tradito non è solo il marito o la moglie, ma anche il valore dell'amicizia ed ancor più se stessi. Nelle ricostruzioni parziali, frammentarie, soggettive dei ricordi annegano le emozioni pure a discapito di ipocrisie. Risvolti di una realtà viaggiano in parallelo: sette anni di relazione adulterina, contemporaneamente i due rispettivi matrimoni continuano nell'aurea di perbenismo ed il rapporto di amicizia-lavoro tra Jerry e Roger perdura. Il primo cacciatore di talenti, l'altro "editore imbecille" per cui la letteratura è affare sono gli agenti di un'azione cinica e surrealista a colazione, in cui emerge la potenza distruttiva di ciò che è sottaciuto.
La violenza del linguaggio si dipana paradossalmente per il suo silenzio, fa risuonare e rivela la finzione che domina nella realtà, inducendo chi guarda a ridere di sé. Il migliore amico, il testimone di nozze sono ormai semplici etichette in questo gioco delle parti; se fossero valse a qualcosa la vita non sarebbe congelata nelle "stanze dell'oppressione". Come frames si riallacciano i fili della storia, si va per i luoghi comuni (i salotti borghesi, il pub, il ristorante, la camera d'albergo), ma anche per le camere mentali culminando nella rivelazione d'amore di Jerry – ubriaco - ad Emma.
Lo scrittore non rispetta le unità di tempo e luogo aristoteliche, sposa la tecnica cinematografica del montaggio fissando come delle istantanee i pezzi del loro passato. Il regista Renzi plasma la rappresentazione su questa lunghezza d'onda, rendendo l'ambiente teatrale come evanescenza di ricordi, sospesi tra un dolore trattenuto e l'irreversibilità degli eventi. Si potrebbe definire co-protagonista la scenografia (Lino Fiorito) che con due schermi riproduce la liquidità e la rarefazione di quei posti, sfocando e sovrapponendo le immagini tra un cambio di scena e l'altro. Positive le interpretazioni del cast, anche se a tratti un po' congestionate in un ritmo monocorde.
«La nostra conoscenza della realtà è sempre al passato e mai al presente, al momento in cui accade, in cui è. Ma l’attimo presente non assomiglia al suo ricordo» (Milan Kundera, "I testamenti traditi" ndr). Pinter nel rimescolare i tratti umani sembra proprio dirci questo tastando le radici dell'identità. Basta un oggetto, una parola, un gesto per far riaffiorare il represso e attivare la trappola. «Ci sono navi dirette verso molti porti, ma nessuna verso dove la vita non dolga, perché non si può sbarcare nel porto della dimenticanza» (F. Pessoa, "Una sola moltitudine" ndr).

Maria Lucia Tangorra

Teatro Franco Parenti, Milano – 25 novembre 2009

Lo spettacolo resta in scena al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 29 novembre 2009


28 / 11 / 2009



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