Milano: la combustione della parola nel corso dell'esistenza secondo Beckett Parole che cadono dalla bocca;
Testo di: Roberto Trifirò da Samuel Beckett;
Regia: Roberto Trifirò;
Cast: Roberto Trifirò;
Accolti da un ambiente in cui domina la ricostruzione di un deserto in pendenza, come se stesse franando verso la platea, gli spettatori si ritrovano già a domandarsi cosa di lì a poco accadrà, scrutando incuriositi quella scena. "Parole che cadono dalla bocca" è una drammaturgia di Roberto Trifirò (nella foto di scena), basata sulla Trilogia dei romanzi di Beckett ("Molloy", "Malone muore" e "L'innominabile", scritti tra il 1951 e il 1953 ndr), di cui mastica i pezzi secondo il personale incontro con l'autore. Compare a mezzo busto un uomo tra le pareti neutre di una stanza, tagliato dalla linea di demarcazione indicante il deserto, non ha nome e si racconta nel «viaggio irreale alla ricerca di mia madre». Ci narra del suo modo di vedere la figura materna, che probabilmente lo rincorre nelle storie con le altre donne, si perde in elucubrazioni dal piano esistenziale al vano, fino a deragliare su una spiaggia; ma in pieno stile beckettiano non è possibile riportare una consequenzialità di eventi. Trifirò si ispira in particolare al primo romanzo, "Molloy", e sviluppa molto acutamente due prospettive: quella dell'uomo nella perenne condizione di viandante e quella del protagonista che sa di recitare, tanto che a volte dimentica le parole e per ritrovare il filo, ricorre al copione scritto da lui stesso. Il regista-interprete traspone ciò che lo scrittore aveva reso romanzo e non partitura drammaturgica, individuandovi le linee peculiari che si espliciteranno in "Finale di partita" (testo pubblicato nel 1957 ndr). La decomposizione del linguaggio si articola su vari livelli abbracciando sia la non storia del personaggio sia l'interpretazione attoriale. Pietrifica il modo con cui l'uomo entra in comunicazione con la madre, dandole colpi sul cranio, un codice gestuale che fa già fuori la parola; l'attore, perfettamente in linea, attraverso la sua mimica e l'uso dello spazio riesce a dar letteralmente corpo in maniera graduale ai suoni fino a tacere all'estinguersi delle luci su quella vita. Gli aneddoti, i pensieri di un monologo interiore recitati però ad alta voce, le forme di amore conosciute appartengono tutte al suo passato. In questa precisa chiave Beckett si discosta da Joyce e ancor più da Proust, scarnificando l'idea di romanzo per «liberare l'essenza delle sensazioni componendole» (propria della poetica proustiana ndr). Si assiste ad una memoria volontaria rovesciata, visto che qui la ricostruzione è dell'insensato e provoca un totale straniamento. La scelta di mostrare il tipo con una maschera e l'abbigliamento con bretelle legate a pantaloni larghi richiama esplicitamente lo spirito clownesco. L'autore del "teatro dell'assurdo" utilizza questo escamotage nel caratterizzare i suoi personaggi per colpire ancor più visceralmente quella contraddizione che vige tra la facciata razionale delle cose e il dato irrazionale. Il nostro uomo si perde alla ricerca, nella ricerca, ma chi lo osserva non comprende in fondo di cosa, di chi, si percorrono i meandri della sua mente e mentre lo si osserva, razionalmente si tenta di catalogare quel suo pensiero o quel suo episodio. L'effetto schiacciante è il tremare dei polsi al pensiero che normalmente il nostro modo di dialogare, di sopravvivere è così – certo sul palco estremizzato – eppure ci trinceriamo dietro il savoir faire, non volendo vedere la gabbia da circo che ci costruiamo. Il sonoro della pièce coadiuva il crescendo di questa consapevolezza, un fischiettio ciclicamente ritorna ed un'aria di operetta sovrasta con vocali in libertà l'inquadratura momentaneamente buia. Un velo è calato sul deserto strabordante la cornice della "casa". Se da un lato sembra voler addolcire a chi guarda la visione, quasi conferendo un'apparente distanza tra il nostro modo di vivere e quello; dall'altro sfuma e dirige la focalizzazione sulla vita dell'altro da noi. Come un drappo cala sulla scatola ingabbiante per il protagonista, così la nebulosa dell'indicibile avvolge lo spettatore, disorientato di fronte all'ammutolimento umano. «[...] un silenzio di sogno, colmo di mormorii, […], non svegliarmi mai, sono parole».
Teatro Franco Parenti, Milano – 15 novembre 2009
Maria Lucia Tangorra
Lo spettacolo resta in scena al Teatro Franco Parenti fino al 22 novembre 2009
21 / 11 / 2009
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