Milano: la letteratura e il teatro come catarsi privata dal giogo della vergogna Autobiografia della vergogna (Magick);
Testo di: Lucia Calamaro;
Regia: Lucia Calamaro;
Cast: Benedetta Cesqui, Monika Mariotti;
«Per liberarsi della vergogna bisogna prima di tutto restaurare il contatto e il legame con gli altri e con se stessi» (da "Appunti teorici sulla vergogna" di Lucia Calamaro ndr). Questa è l'operazione che L. Calamaro, autrice di "Magick – Autobiografia della vergogna", sembra voler perseguire con la stesura del testo ed ancor più con la riduzione teatrale. Una voce fuori campo a sipario chiuso irrompe nella sala buia, è un fiume in piena che conduce repentinamente a toccare il sentimento che lo domina: la vergogna! Un incipit di monologo legato al passato, subito devia in teorie sul modo di agire di questa forza («è un'emozione complessa, sociale, relazionale, trova radici nel corpo»), sottolineandone la realtà somatica e psichica. La cura per superarla consiste nel riequilibrare le due componenti in gioco: il "mio" sguardo e quello "dell'altro". Sotto gli occhi la storia personale della regista-drammaturga, che nel presente si denuda scegliendo di raccontare e mostrare l'indicibile del proprio vissuto. La rappresentazione si svolge in unico flusso, ripartendosi in tre parti. La prima in cui si muovono la Figlia (Benedetta Cesqui), il Padre (Monika Mariotti, nella foto di scena) e la Madre. Accanto a loro "Qualcuno", "Uno", non identificabile in nessun ruolo familiare, a volte sembra appare come voce etica, altre aiuta i due agenti dell'azione nei loro soliloqui («mi parlo comunque da sola» - asserzione della figlia ndr). Sul pavimento, dopo essere stati scaraventati alla rinfusa, un tappeto di libri. Lucia, lì distesa, si confessa, con tono sospeso senza mai un punto di fine; il padre fantoccio interagisce con lei solo per porre domande di autocompiacimento sul suo aspetto, ma i due familiari portano avanti le loro narrazioni parallelamente, offrendo anche due risvolti dello stesso aneddoto. Pian piano emergono tra frasi spezzate, rumori, sospiri, le logiche di quella "prigione", persino la cultura del nascondarello («gli altri/tua madre, i tuoi fratelli, tuo zio, tua nonna, il tuo amico, chiunque/non devono sapere/non devono sentire») fino all'espediente della figlia che si sostituisce alla madre, tanto questo sentimento sia transgenerazionale. I due ricostruiscono la biografia della madre-moglie, mutata dal ritratto di donna violenta, lamentosa e bella a quello della persona che «ha perso la scrittura, la lettura, lo spazio», piegata dalla malattia. La seconda fase ci porta dall'infanzia allo stadio del dottorato, i libri – un tempo rifugio amico - vengono spiaccicati al muro con furore e rabbia per ricreare la biblioteca Richelieu a Parigi. Qui incontra il mago Georges e per otto mesi non riuscirà a sottrarsi a quella manipolazione. L'ultima parte tocca punte accese con le parole deliranti di Santa Lucia ed infine la figlia pian piano si spegne nell'elencare una lista fino allo sfinimento. La Cesqui è brava nel mantenere per l'intera durata un tono frammentato ed un andamento trascinante, specchio del sopravvivere automatico; la Mariotti rende simpatica la figura paterna col fare marionettistico dei gesti ed elargendo citazioni a destra e a manca. La direzione artistica, sfruttando anche le quinte, crea una scena scarna, cupa, sullo sfondo una scala adoperata nei balzi di memoria; ma a volte appare che tanto vuoto scuro sovrasti gli interpreti venendo meno il taglio del raccoglimento. I cambi luce (Gianni Staropoli) riescono a colmare la troppa dilatazione, riportandoci ad una dimensione più intimistica. La pièce si inserisce all'interno del progetto curato dal Teatro di Roma "OGGI verso DOMANI", teso a dar voce alle nuove scritture originali e bisogna render merito alla Calamaro per la pregnanza ed il getto graffiante con cui ha elaborato la partitura drammaturgica. Nella trasposizione sul palco manca un passaggio però che non permette di chiudere il cerchio magico: dal particolare all'universale. Nonostante le prove recitative positive, il sostegno di una regia partecipativa, a tratti è come se quel dramma non straripasse, restasse suo, soffocato nella bidimensionalità e la terza parete dell'altro, lo spettatore, non viene abbattuta, avvertendolo un po' come proprio.
Teatro Litta, Milano – 19 novembre 2009
Maria Lucia Tangorra
23 / 11 / 2009
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