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Milano: la rappresentazione della libidine pinteriana attraverso gli occhi di un ''onirico realista''


L'amante;

Testo di: Harold Pinter;

Regia: Claudio Autelli;

Cast: Valentina Picello, Michele Schiano di Cola;


Recensione di
Maria Lucia Tangorra

Nell'involucro di un sipario aperto s'inaugura la scena de "L'amante" con la regia di Claudio Autelli. Dopo il riscontro positivo della scorsa stagione, viene riproposto lo spettacolo tratto da "The lover" (1963) di Harold Pinter, con cui il giovane regista ha concluso il master in regia teatrale "Work in Progress".
Protagonisti un uomo e una donna nel loro bozzolo coniugale, nel testo originario caratterizzati e caratterizzanti dell'ambiente borghese della Londra alle prese con la risalita industriale. Questo allestimento sceglie volutamente di decontestualizzare l'opera dal realismo di quegli anni – cifra stilistica di Pinter, il quale ripropone la sciatta quotidianità. Il regista crea, infatti, un nuovo luogo (scene e costumi di Paola Tintinelli), rarefatto, onirico - richiamando la componente beckettiana non assunta dall'autore – e allo stesso tempo surrealista, in piena linea pinteriana.
Sarah (Valentina Picello) e Richard/John/Max (Michele Schiano di Cola) sono chiusi nella loro casa-scatola claustrofobica, inglobati nei meccanismi borghesi, inventano giochi perversi pur di rompere la monotonia del mènage da matrimonio. Due tavolini all'estremità della camera, l'uno speculare l'altro, divisi dalla finestra attraverso cui i due amanti si raccontano di vedere l'esterno e di non essere spiati (nella foto di Sara Gentile). La ripartizione nello stesso spazio è emblematica di come nella coppia vigono sovrastrutture: la donna casalinga che cura nevroticamente la casa ed innaffia a mò di automa un albero ormai spoglio; il marito, rincasato da lavoro, legge passivamente il giornale in poltrona. A questa inquadratura monocorde della vita, si alternano gli incontri all' "ora del thè" ed a quella dei "sussurri", con un continuo scambio di ruoli tra i due come se la finzione venisse soppiantata dalla realtà da un eros sopito.
I due interpreti rendono perfettamente con l'esasperazione dei registri umoristico-grotteschi gli alti e bassi dell'amore, in particolare nell'affresco di Pinter revisionato da Autelli. «Una storia sul perdersi e sul cercarsi. A qualsiasi costo» (note di regia). Si è trascinati in questa vicenda poco chiara, tra contraddizioni e reiterazioni, fino al parossismo della nudità. Il linguaggio è scarnificato fino alla sua essenzialità così come i corpi, oggetti di un uomo e una donna che incrociano i loro sguardi solo nel gioco ed ancor più in maniera desolante nella danza delle grucce, dopo essersi spogliati degli abiti mascheranti.
Pregnante il connubio di luci e musiche (Fulvio Melli) con cui la direzione artistica riesce a dipingere le sfumature della passione, della gelosia, dell'aridità e del nulla.
Un'originale trasposizione che rilegge lo spirito rassicurante degli affreschi di Pinter, restituendoceli con tono nero e pessimista, valorizzando quelle note di cinismo insite nel testo.
«[...] colui che svela il precipizio che c'è sotto ai cinguettii ed entra con forza nell'oppressione delle stanze chiuse» (tratto dalla motivazione per cui Pinter ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura) non strizza l'occhio al borghese, ma bussa alla sua porta facendolo specchiare nella trappola che si è costruito.
Ci piace pensare che Autelli voglia comunque lasciarci, dopo lo svelamento di una dignità che non c'è, con una fessura socchiusa di quella tapparella sull'intimo di ognuno di noi. «So che hai avuto degli amanti /bisogna pur passare il tempo /bisogna pur che il corpo esulti /ma c'é voluto del talento /per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.» ("La canzone degli amanti" di F. Battiato)

Teatro Litta, Milano – 22 ottobre 2009


27 / 10 / 2009



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