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Milano: la rarefazione umana in Pirandello tra scrittura teatrale ed ''io'' registico


Vestire gli ignudi;

Testo di: Luigi Pirandello;

Regia: Walter Manfrè;

Cast: Vanessa Gravina, Luigi Diberti, Luca Biagini, Marco Marelli, Daniela Piacentini, Francesco Laruffa;

Ersilia Drei (Vanessa Gravina, nella foto di scena) rientra nello scenario della vita per mano di quella purezza mai avuta, incarnata dalla figlia (Giulia Botti) del Console Grotti - morta tragicamente mentre lei cedeva alle avancès del padre, suo datore di lavoro. Sin da questo preludio, suonato dalle note evanescenti di Stefano Marcucci, è possibile intuire la chiave di lettura e di approccio del regista Walter Manfrè di fronte al classico pirandelliano "Vestire gli ignudi" (1922).
Questa rappresentazione teatrale porta agli estremi il gioco della maschera ed il suo svelamento fino alla nudità e al nulla, in piena ispirazione nichilista. In campo il razzismo psicologico e sociale, subìto e alimentato da una donna, legata al guinzaglio dei suoi "cani"-carnefici, da cui riesce a divincolarsi solo in nome della morte. Il dramma di chi sente di non essere ed indossa i vari brandelli affibbiategli dal più forte. Sedotta dal fascino del tenente di vascello Franco Laspiga (Marco Marelli) e dal protagonismo di finzione che regala un romanzo, pur essendo scritto dalla penna irrisolta di Ludovico Nota (Luigi Diberti) ed infine ammaliata dal potere del Console (Luca Biagini). Seduttrice a sua volta per i tre uomini, i quali succhiano da lei come vampiri, considerandola oggetto di possesso («Devi essere mia» - Franco Laspiga; «mio romanzo» - Ludovico Nota ndr), quello che Ersilia – consciamente e non - invita a prendere. Dopo la delusione per il mancato fidanzamento con il marinaio, il ripudio della famiglia presso cui era istitutrice e il segno della morte di Mimmetta, tenta il suicidio col proposito di lasciare agli altri un "ricordo romantico" di sé. Ordisce una messa in scena all'interno della recita reale, ma anche questo vano tentativo disperato di esserci agli occhi degli altri fallisce, gli scheletri vengono a galla in un crescendo di situazione, giocata in questa trasposizione sulla turba psichica più che sul sentimentalismo e la pietà. Un accento particolare viene posto da Pirandello sulla figura di Alfredo Cantavalle (Francesco Laruffa), il giornalista che raccoglie le dichiarazioni della donna, con un fare dettato non dalla verità di cronaca, quanto più da una scrittura romanzesca dei fatti per accalappiare i lettori.
Il regista instilla un passaggio in più: avvia «un' indagine sui rapporti fra lui (Pirandello ndr) e i suoi personaggi e fra i suoi personaggi stessi al di fuori degli intrecci delle sue trame» (note di regia). In questa partitura scenica il Nota lo si può equiparare all'autore di "Sei personaggi in cerca d'autore" - quasi con un rovesciamento in parte, visto che è lui in cerca del character, allo stesso scrittore ed aggiungerei persino al regista. Spia di quest'ultimo parallelismo la scelta di una cinepresa sul palco, adoperata dal Nota per mettere in comunicazione l'interno della camera in affitto con i rumori della strada. Il fragore dell'esterno, reso anche da un tipo di recitazione metropolitana, si viene a confondere con la sordità di una vita non vissuta, se non nell'ombra di ciò che l'altro vuole.
Manfrè si è caratterizzato nel tempo per un lavoro di "teatro della persona" e la prova attoriale di Vanessa Gravina di un'Ersilia così straziante, lacerata, risponde al modo di vivere il mestiere di attore in empatia, portando il proprio passato nel ruolo che si interpreta. La pièce risulta a tratti stereotipata in una cornice del già visto e del tradizionale, non esprimendo fino in fondo il lavoro di incontro con Pirandello che sostiene una rielaborazione così pensata.
Il testo con un linguaggio di virgole, pause, sospensioni, rimandi, si scontra con la dimensione metropolitana con un effetto, a volte ben evidente, di bipolarismo, sdoppiamento metaforico della personalità. I nomi parlanti – Nota, Cantavalle – rivelano la vana gloria a cui l'uomo si vende, ma Ersilia deve morire nuda, spoglia della sua natura, della dignità che non ha – o non è mai stata in grado di tirar fuori – per ritrovare nel silenzio quell'innocenza sottrattale. Così la Drei decide di concludere il racconto della sua non esistenza. Ludovico Nota afferma:«[...] un romanzo o si scrive o si vive» e lei il suo sceglie di viverlo amaramente in un'altra dimensione, liberandosi del cappio della finzione. «La vita cos'è! Basta un soffio a portarsela via» (da "Soffio" di L. Pirandello - "Novelle per un anno").

Teatro San Babila – Milano, 28 novembre 2009

Maria Lucia Tangorra

Lo spettacolo resta in scena al Teatro San Babila di Milano fino al 13 dicembre 2009


05 / 12 / 2009



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