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Milano: un arcobaleno di affetti va in frantumi


Lo zoo di vetro;

Testo di: Tennessee Williams;

Regia: Jurij Ferrini;

Cast: Jurij Ferrini, Alessandra Frabetti, Aurora Peres;


Ferrini con la sua compagnia incarna lo sguardo senza speranza delle figurine di vetro

Il giovane attore-regista Jurij Ferrini allestisce una sua personale trasposizione de "Lo zoo di vetro" ("The Glass Menagerie", titolo originale ndr) del drammaturgo statunitense Tennessee Williams. Seguendo le indicazioni registiche che lo stesso scrittore ha anteposto alla partitura del testo, apporta la propria firma nello spostare la narrazione nel presente di Tom (Jurij Ferrini, nella foto di Pietro Canali), come se madre e sorella gli facessero visita e non sia lui a ritornare in quei luoghi.
«Io vi do verità sotto il piacevole travestimento dell'illusione» - così il narratore Tom immerge il pubblico in sala nel ripercorrere il naufragio della sua famiglia, le luci dell'agognata "ribalta" calano e lasciano spazio alla penombra della memoria. Il Tom voce narrante accoglie il pubblico dalla platea, quasi fosse un cantastorie, entrando con il fare tipico del marinaio: camminata penzolante, sigaretta in bocca ed una valanga di parole pregne delle emozioni vissute in prima persona in quella famiglia abbandonata.
Dramma ambientato nella St. Louis della depressione economica, in scena una famiglia senza il suo "capo" ordinario: la madre Amanda (Alessandra Frabetti), il figlio Tom e la figlia Laura (Aurora Peres). Il padre li accompagna nella loro quotidianità con la perenne assenza, raffigurato in un ritratto su una cassetta da pescatore. Williams dà forma con la sua scrittura all'equilibrio instabile tra i vari componenti, prima sfiorando, poi penetrando fino all'intimo quella fragilità. Il figlio è stato incaricato dalla madre di sostituire il ruolo paterno nel sostentamento, lui poeta con l'appellativo liceale di Shakespeare, si riduce a scrivere poesie nello stanzino del gabinetto del magazzino per cui lavora. Le due donne, fautrici di una realtà ad personam e avulsa da quel contesto sociale, sopravvivono abbarbicandosi sulle illusioni. La madre "falco" sembra aver rielaborato il lutto della partenza del marito con il ritorno alla sua età dell'oro, rievocando spesso la sua fila di corteggiatori al Blue Montain, cercando di portarne a casa almeno uno per sua figlia. Laura, figlia e sorella, ma non ancora donna, ci appare nel culmine dello straniamento e della fragilità, intenta a curare i suoi animaletti di vetro, delicati e facili a rompersi proprio come lei. L'elemento esterno, Jim (J. Ferrini), tanto desiderato, apporterà una ventata di realtà vera, ma venuto sotto la pioggia, dopo un lampo, si estinguerà, riportando Laura alla sua dimensione di "diversità" e la madre nella disperazione del fallimento.
Molto pregnante la scelta del regista di assumere il ruolo oltre che del Tom personaggio-narratore, anche quello di Jim, lo spasimante nella proiezione materna. Il fratello ha una predilezione morbosa verso la sorella, sente la responsabilità, desidererebbe che un uomo la facesse passare alla fase adulta ed il senso di colpa, ora, nel presente, lo attanaglia.
Ferrini opta per toni più di commedia più che drammatici, con quelle voci calde, trattenute – se si pensa a Laura -, rivendicate, che si animano in nome del proprio "io".
Chi guarda assiste allo scioglimento dei tipi, svanendo nell'ignoto come spettri.
I tre interpreti si filano secondo le corde percosse dal drammaturgo come il vetro plasmato dal vetraio, emergendo per le loro prove recitative su una scena scarna. Quest'ultima ricorda la prua di una nave, in posizione inclinata, che guarda verso il vuoto. Tutto concentrato in un unico luogo, a tratti amorfo, in cui camminare in punta di piedi. «Essendo un «dramma di memoria», Lo zoo di vetro può essere rappresentato con insolita libertà di convenzioni» (note di regia di Williams ndr) e questa messa in scena risponde alla ricercatezza di tocchi leggeri e regia guida ed invisibile.
Un motivo sonoro ricorre: "Lo zoo di vetro", a seconda che il racconto richieda accenti, sfumature, dilatazioni, scandendo quell'inesprimibile dolore celato sotto le convenzioni della vita. Infine l'uso delle luci segue l'idea di "non luogo", non definisce gli ambienti casalinghi ma accompagna i passaggi fino all'inabissamento.
«[...] oggi il mondo è rischiarato dai lampi! Spegni le candele, Laura... e addio!»

Maria Lucia Tangorra

Teatro Litta, Milano – 12 novembre 2009


16 / 11 / 2009



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